
Project 710: SearcH
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- I FERITI INVISIBILI: ISH HAMIF’ÀL (L’uomo della fabbrica)
Un videoclip che è un pugno allo stomaco. PTSD: la sensazione di un urlo soffocato, continui flashback. “Cerchi di addormentarti, ma come andare avanti se il passato sembra essere il tuo futuro?” AUTORE : Udi Kagan STILE: Killing You Softly | Ansiogeno. CATEGORIE: Shock / Lutto / Ansia | Rabbia o Confusione | Remakes. USCITA: 08/09/2024, giorno 337 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/wkXAa-IrUfw?si=ocyf6PYPZ8ogX-VX LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/2cOryD5HarGiBBHUydQK5H?si=fd9d6f6bc1a64b62 INTRODUZIONE ——————————— Israele: 76 anni, 7 guerre e un innumerevole numero di campagne militari, ognuna equivalente a una breve e circoscritta guerra. Negli anni, accanto alle diecine di migliaia di caduti e di feriti (01) , ne emergono diecine di migliaia di persone affette da PTSD -Disturbo Post-Traumatico da Stress- (02) a livelli diversi. Sono feriti, o invalidi, invisibili. L’assenza di evidenze immediatamente visibili dell’invalidità, quali ad esempio una protesi o altro, è fuorviante. Intensità diverse della Sindrome -e l’efficacia o meno di interventi terapeutici- possono condurre il soggetto colpito a livelli diversi di operatività, di capacità sociale e lavorativa. Permangono comunque nella maggior parte -in misura diversa e a seconda dei casi- sintomi di vario tipo, tra cui flashback, ansie, repentini cambi di umore, difficoltà di concentrazione . Talvolta la Sindrome è del tutto invalidante. Talvolta, invece, il soggetto è in grado di raggiungere risultati sorprendenti in ambiti diversi. (03) Udi Kagan, 43 anni, è un affermato comico , che si distingue particolarmente per intelligenti spettacoli stand-up, dal vivo. La vitalità satirica e il talento umoristico di Udi potrebbero però confondere. Infatti Kagan -oggi performer di talento- soffre di PTSD dal 2002 , anno in cui prese parte alla Campagna Chomàt Magèn, “Scudo Difensivo”. (04) D’altronde, come è noto, dietro umorismo e capacità comiche vi è spesso una grande sensibilità. Un dolore non subito evidente. Udi ha attraversato anni di cure. Inoltre, conosce in prima persona la frustrazione di chi deve misurarsi con scettiche commissioni mediche, perchè riconoscano e diano legittimità all’invalidità invisibile di cui soffre il soggetto colpito da PTSD. Con la canzone “ Ish HaMif’al ” (L’uomo della fabbrica) -e soprattutto con il suo videoclip- Udi verbalizza e visualizza le proprie esperienze interiori e quelle di altri nella sua stessa situazione. La Canzone: Nel 2005 Udi pubblica in inglese la canzone “Factory Man” , in cui descrive l’esperienza PTSD. Il brano fa parte del suo primo album: “tears and candles”. Sia la canzone, sia l’album non hanno registrato nessun successo ad oggi, nè hanno particolarmente richiamato l’attenzione della critica. In seguito, nel 2006, Kagan realizza con risorse proprie un secondo album, “The Secret Laments”, incentrato sul ricordo di compagni uccisi in combattimento. Pur avendolo completato, Udi decide di cestinare l’album. Difficile dire se questa decisione corrispose allora ad un sintomo della sindrome con cui si misurava o se fosse un primo segnale di parziale ripresa… Passano gli anni. Dopo studi in ambito artistico intraprende una carriera nell’ambito televisivo e teatrale con costante, graduale successo. Il 7/10 e la guerra, riportano Udi alla canzone del 2005. La riprende in mano, ma questa volta il testo è in ebraico: Factory Man diviene Ish HaMif’al . Il cambio di lingua rende il brano più plausibile e attuale. Un diverso arrangiamento, inoltre, arricchito da un sassofono affascinante quanto raccapricciante , dona al brano, nella sua nuova versione, una capacità d’impatto ben maggiore dell’originale inglese del 2005. È però il videoclip -scritto e diretto da Kagan stesso- a distinguersi veramente. L’insieme parole-musica-immagini rende Ish Hamif’àl un’opera in grado di commuovere, di turbare. La unicità e qualità del videoclip non consiste tanto negli effetti speciali, o nella visualizzazione dei flashback -forse un po’ troppo ricorrente e didattica- quanto nella capacità di trasmettere in modo semplice come lo stesso trauma accomuna nel tempo più generazioni di israeliani . Come, negli anni, la PTSD seguita ad accompagnare sino alla vecchiaia il soggetto colpito. Un significativo precedente: una satira amara e sempre più attuale: Ish HaMif’al esce nel Settembre 2024, undici mesi dopo l’inizio della guerra. Tuttavia, già a fine Dicembre 2023, meno di tre mesi dopo il 7/10, Udi Kagan richiama l’attenzione sul divario emozionale tra “chi è lì dentro” e “chi è a casa” : tra il combattente e chi è rimasto nelle retrovie civili. Attraverso uno sketch satirico Kagan rappresenta la differenza tra l’unione reciproca (o la divisione) di “chi è dentro”, nel fango di Gaza o al confine con il Libano, e “chi è a casa”, ancora fermo alle controversie politiche interne precedenti il 7/10. Se da un lato queste controversie -e l’ampia possibilità di esprimerle- sono indice di una sana società democratica, le dispute rischiano -in certi casi- di oltrepassare limiti che le rendono dannose e troppo divisive (05) . Una evidenza viene confermata da tutti i combattenti, sia di leva, sia di riserva: le controversie, così divisive “a casa”, scompaiono quando si è insieme “dentro” . Ovvero: non sono assolutamente rilevanti tra coloro che sono impegnati a difendere “chi è a casa” e sono occupati a riportare a casa la pelle. Pur di opinioni e provenienze diverse -“destra”, “sinistra”, laici, religiosi, abbienti o meno- nelle stressanti e pericolose settimane di operatività tutti sono reciprocamente legati e non esitano a sacrificarsi l’uno per l’altro. Inoltre, nella maggior parte dei casi, questo senso di unione non scompare una volta ritornati a casa. (06) Nello sketch vediamo un Miluìmnik (Arruolato della Riserva) tornare per la prima volta in licenza, dopo settimane a Gaza. È l’ospite d’onore in famiglia, sta a capotavola, ma è presente-assente. Emerge subito, infatti, lo scollamento tra le emozioni di chi sino a poco prima era “dentro” e quelle di chi è rimasto a casa . Emergono le solite controversie politiche, in merito alla guerra. Queste assumono presto toni più da superficiale disputa calcistica, che da matura discussione intorno a quanto ha costretto l’ospite a rischiare la vita per settimane. A un certo punto però il Miluimnik, con sguardo attonito ma severo, si alza. Preferisce lasciare la tavola, ricca ma blaterante, per tornare al fronte dai propri compagni: “voglio riposare… vado a rilassarmi… ci rivediamo tra una sessantina di giorni ”. Alla nota (07) link allo sketch, con ulteriori informazioni. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Traduzione, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Didascalia sullo schermo, prima della canzone: Avviso: i crudi contenuti visivi di questo filmato potrebbero innescare reazioni in soggetti che soffrono di Post-Trauma. Titolo di apertura: L’uomo della fabbrica. Dedicato ai miei fratelli e alle mie sorelle, vivi, morti e morti in vita. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - TRADUZIONE del testo della canzone: Chiudono la fabbrica, esci tardi, entri dal freddo in macchina. Un disastro in agguato, ti copre la testa, nebbia nello specchietto retrovisore. Un segno nel cielo, luci sull'acqua, un ritmo impossibile da seguire. Dove ti nasconderai dalla tempesta che lascerà tutto esattamente come sempre? Tutto esattamente come sempre. Sonno folle, lacrime in cassaforte, seduto in macchina per intere notti. Cerca di addormentarti ma come andrai avanti, se il passato sembra essere il tuo futuro? Un segno nel cielo, luci sull'acqua, un ritmo impossibile da seguire. Dove ti nasconderai dalla tempesta che lascerà tutto esattamente come sempre? Collega tutto questo al terrore che è dentro, quando il freddo ti striscia in gola. Un tuono che brucia cresce nel tuo cuore. Soldati che ti dormono a casa. Un momento dura a lungo e un'ora non finisce, i minuti sembrano giorni. La risata che avevi una volta è sepolta per sempre nelle stanze più interne. Trovare e bruciare, sparire nell'infinito, coprire il segreto che è nel tuo cuore. E tutto rimane, e tutto rimane, lo stesso. Un rumore di sera, pungente come una spada, qualcuno si alza in casa tua. Fa le valigie, ricordi cancellati, Lei deve lasciarti. Smette di parlare, diviene sordo, cieco. La luna ti brucia la pelle. Ci abbiamo provato, amico, è ora di arrendersi. Per tutta la vita sei stato un numero, solo un altro numero. Non personale (08) , non conosciuto. Sei solo un altro numero. Non personale, non conosciuto. Solo un altro numero. Didascalia sullo schermo, al termine della canzone: Un popolo che non combatte per coloro che han combattuto per lui, sarà sempre perdente. Dedica che marca l’ultima immagine, di Udi giovane e il cane: In memoria di Yossi. Che salvava vite ed era il mio amato. (09) - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - NOTE e COMMENTI: (01) Alcuni dati (Dicembre 2024): • Numero di Nechèi Tzàha”l (Feriti IDF, con gradi di invalidità diversi) al 6/10/2023, vigilia della guerra: circa 62mila, con un aumento di richieste di riconoscimento di invalidità di circa 6000 unità l’anno. Metà appartengono alla Terza Età, mentre l’8% è sotto i 30 anni. • Dall'inizio della guerra, il numero di Nechèi Tzàha”l è aumentato drasticamente, raggiungendo ai primi di Dicembre 2024 i 75.000, di cui 13.500 sono stati feriti nel corso dell’attuale guerra. Rispetto agli anni precedenti, nell'ultimo anno si sono aggiunti 18.000 nuovi richiedenti, con 1.500 nuove richieste ogni mese. Circa 1.500 persone hanno subito ferite due volte, in eventi diversi. • Il numero di feriti seguiti dal Dipartimento IDF per la Riabilitazione è di circa 22.700, di cui 17.500 affrontano problematiche psicologiche e post-traumatiche, (…) La percentuale di coloro che segnalano problemi di salute mentale è aumentata dal 26% al 43%. Secondo le stime del Dipartimento per la Riabilitazione, entro il 2030 vi saranno circa 100.000 Nechèi Tzàhal, di cui il 50% saranno persone affette da problematiche psicologiche. Fonte: Rapporto della Dott.ssa Limor Luria, Capo del Dip. Riabilitazione del Ministero della Difesa, presentato alla Commissione Esteri e Difesa della Knèsset, il Parlamento Israeliano. Riportato dal sito www.doctorsonly.co.il, 10.12.’24 (02) Per una breve definizione in italiano della PTSD: https://www.msdmanuals.com/it/professionale/disturbi-psichiatrici/ansia-e-disturbi-correlati-allo-stress/disturbo-post-traumatico-da-stress (03) Nel Progetto 710 vedi anche il brano Teshvì VeEsapèr làkh sippùr (Siediti, chè ti racconto una storia) (04) In merito alla Campagna Militare Chomàt Magèn https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Scudo_difensivo (Wikipedia: da prendere con riserva…) (05) In merito a controversie all’interno della società israeliana, si veda anche -nel Progetto 710- l’Introduzione al brano Haìm Ned’à LeHiwalèd Shuv MiChadàsh (Sapremo di nuovo rinascere?). Si veda inoltre l’Introduzione ai due brani sul dibattito interno riguardante intorno le trattative per la liberazione degli Ostaggi: 1) Nitzàchti BeDamì - Contro e 2) Tachzòr, Tachzòr - A favore (06) Nel Progetto 710 vedi anche il brano ‘Od yom Be’Àza (Ancora un giorno a Gaza) (07) Lo sketch scritto da Uri Kagan ha per titolo “ Cama tov SheBata Habayta ” (Che bello che sei tornato a casa). Il titolo -e la canzone cantata da Kàgan nello sketch- sono la parodia di una omonima e conosciutissima canzone eseguita nel 1971 da Arik Einstein, uno dei cantanti israeliani più popolari di tutti i tempi . (…..) Lo sketch è stato trasmesso nella puntata del 26.12.2023 di “ Eretz Nehedèret ” (Un paese stupendo) uno dei più popolari e graffianti programmi di satira della Rete 12 della TV israeliana. Purtroppo la registrazione dello sketch non è disponibile su YouTube. Per vederlo è perciò necessario collegarsi direttamente alla sua pagina -più scomoda perchè con più pubblicità- sul sito ufficiale di Eretz Nehedèret , al seguente link: https://www.mako.co.il/mako-vod-keshet/eretz_nehederet-s21/shorts/Video-6d41a7d5db7ac81026.htm In alternativa, lo sketch è anche disponibile alla pagina Facebook dedicatagli: https://fb.watch/wXRp6XA2Fi/ (08) “ Personale ” si collega all’ultima parola della strofa precedente: numero. In questo caso si riferisce quindi al c.d. Mispàr Ishì, il Numero Personale che identifica ogni soldato -inciso sulla piastrina identificativa- e che diviene un vero e proprio secondo nome, impersonale, del soldato. Qui un interessante video dell'IDF (in ebraico). In modo umoristico il breve filmato illustra la storia del "Numero Personale" e i criteri in base ai quali viene stabilito per ciascun arruolato (ad es. : Come mai due gemelli non hanno lo stesso numero in sequenza...?) (09) Nel corso del proprio servizio militare, Udi -dopo un’esperienza nei paracadusti- riesce ad entrare nell’unità che più desidera: la Oketz (K9) ovvero l’unità cinofila. In questo ambito Udi e il suo cane, Yossi, combattano a Ramallah scoprendo numerosi ordigni esplosivi in agguato e prendendo parte a più combattimenti. Al termine del servizio, tuttavia, lo stato di salute mentale di Udi inizia a deteriorare: viene infine diagnosticato come colpito da PTSD ed entra in un tunnel di cure che richiederà anni di terapie.
- STÀM (È inutile)
Israele è un'isola di Occidente in un mare di Medioriente? O forse è solo un’isola di diniego mentale? Il 7/10 arriva una risposta da Sderòt, cittadina emarginata della periferia. AUTORI : Kobi Oz e Teapacks. STILE: Killing You Softly | Grotesque. CATEGORIE: Rabbia o Confusione | Remakes. USCITA: 04/10/2024, giorno 363 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/26EI4-X2Hbo?si=IxYdgh7ymNjswymL -- La canzone inizia a 01:20 del filmato YouTube -- INTRODUZIONE La canzone inizia a 01:20 del filmato YouTube >>> ——————————— SDERÒT: • Sderòt, 36mila abitanti, è una cittadina a circa un km dal confine Nord-Est della Striscia di Gaza. A partire dal 2000 è divenuta uno dei maggiori bersagli delle migliaia di razzi, missili e colpi di mortaio sparati da Gaza verso Israele. • Quando a Sderòt suona l’allarme -se suona- vi sono 15 secondi per mettersi al riparo . Prima che sia possibile trovar rifugio -se ve n’è uno a portata di mano- il razzo o il mortaio hanno già colpito. • Fondata nel 1951, negli anni delle grandi immigrazioni e fughe di ebrei provenienti dai paesi arabi, Sderòt è uno dei simboli della c.d. “Seconda Israele” . Questo termine rappresenta e riassume sia significative differenze socioeconomiche all’interno del Paese, sia i divari occupazionali e culturali che separano la zona centrale d’Israele, più agiata e ben servita, dalle periferie Nord e Sud, meno privilegiate . (1) • Il 7/10/2023, dopo un intenso lancio di razzi e colpi di mortaio, diecine di terroristi hanno attaccato Sderòt setacciandone le strade a colpi di mitra e razzi anticarro, mentre i civili si asserragliavano nelle proprie case. Una sanguinosa battaglia di 24 ore si è conclusa con il massacro di 50 civili inermi, l’uccisione di 20 poliziotti e la distruzione di alcuni edifici, tra cui la locale Stazione di Polizia. Questa era, per Hamàs, un obiettivo primario da conquistare, in quanto simbolo istituzionale. (2) "STAM" e il suo CONTESTO nel corso degli anni: Accanto alle sue complessità sociali -e nonostante queste- Sderòt è anche un fertile laboratorio musicale . Autori di talento e complessi di successo hanno iniziato il proprio percorso creativo nella cittadina. (3) Kobi Oz e la band Teapacks , di cui Kobi è leader, sono tra questi. (4) La tensione tra la realtà quotidiana e la creatività musicale di Sderòt è ben rappresentata nell’interessante film-documentario “Rock in the Red Zone” , di Laura Bialis (2018). Ne raccomandiamo la visione in rete. Ove p erò non fosse accessibile in versione completa, anche solo le immagini e i suoni del trailer qui accanto, consentono di cogliere bene la tensione tra la creatività di Sderòt e le sue numerose complessità . Inoltre, per percepire quest'ultime, raccomandiamo la visione di " Sritòt" , delicatamente affilato cortometraggio di Dario Sanchez (2021), accessibile e commentato alla nota (1) in calce. La canzone “ Stam ” (È inutile) esce nel 1997 all’interno del disco “Neshikà LaDòd” (Un bacio a Zio) ed è divenuta uno dei brani più popolari dei Teapacks. Come molte canzoni di Kobi Oz, Stam narra la realtà mediandola attraverso ironia, umorismo e senso dell’assurdo . A dispetto della generale vena umoristica del testo , tuttavia, la melodia di questo brano è piuttosto malinconica. Attraverso questa malinconia si intravede un paese -Israele- che, pur caratterizzato da uno spirito diretto e concreto, tende tuttavia a rifugiarsi mentalmente in uno stato di “Rimozione” (5) . Rimozione? Diniego mentale? È plausibile... Israele, infatti, ha talvolta la tendenza a raccontar belle favole a se stessa. Come quella del ritornello del brano Stam: “ È inutile, non è mica vero... non viviamo mica in Medio Oriente… ” In effetti Israele, sotto molti aspetti, è un’isola di Occidente in un mare di Medio Oriente : democrazia… l'alto valore attribuito all’individuo e alla vita… le radici culturali europee dei pionieri e dei fondatori… l’imprenditorialità High Tech… la normalità del sentir per strada numerose lingue occidentali… e molto altro. La rimozione però consiste -rinchiudendosi troppo al centro dell’isola- nel dimenticare che intorno a questa vi è un mare. E che nel mare non mancano i pescecani. Sta di fatto che la speranza in un “Nuovo Medio Oriente” (6) ha influenzato per anni sia cardinali decisioni politiche di Israele -ad es. gli Accordi di Oslo del 1993- sia visioni e divisioni interne, ricollegabili a queste stesse decisioni (7) . Ha così preso forma, negli anni, una parte della società israeliana fermamente convinta - a) che non manchino le possibilità di dialogo e accordo con i palestinesi e - b) della centralità di una soluzione con quest’ultimi , quale chiave indispensabile per soluzioni pacifiche con tutti i paesi del Medio Oriente, senza eccezioni. Non è compito del Progetto 710 giudicare -su un piano politico- se queste posizioni sono state -e sono ancora- ingenue o realistiche, mature o irresponsabili, salvatrici o suicide. Su un piano emozionale , invece, il Progetto azzarda un’ipotesi: in esse -in particolare nell'ambito del settore c.d. “laico”- era avvertibile un inespresso desiderio di “fede” . La necessità di soddisfare, in modo alternativo, un inconsapevole bisogno di religiosità. Questo bisogno emerge anche oggi, in questo e in altri ambiti (8) Giudizi e ipotesi o meno, non si può però ignorare una incontestabile realtà: il 7/10 ha rappresentato un terremoto anche per quella parte degli israeliani da sempre convinta che sono sempre a portata di mano ampie possibilità di accordo con la controparte palestinese, se solo Israele volesse coglierle... Se solo Israele di desse seriamente da fare in tal senso... O se solo si ritirasse da tutti i territori occupati nel 1967... Un terremoto destabilizzante. Infatti, anche quella parte, più fiduciosa e disponibile, ha subito un trauma e -di conseguenza- è oggi politicamente più indecisa. Il 7/10 la pone di fronte alla necessità di trovare un equilibrio tra convinzioni politiche di anni e una realtà che si è rivelata più crudele di qualsiasi aspettativa . Perciò, molti si chiedono come porsi -e in cosa credere- dopo aver constatato che i militanti di Hamàs e i civili Gazawi penetrati in Israele il 7/10/2023 non hanno fatto alcuna distinzione tra israeliani aperti al dialogo e “falchi”; tra l’abitante del kibbùtz laico, “impegnato e di sinistra” e quello di una Sderòt, tradizionalmente roccaforte delle destre e partiti religiosi. Il censimento delle vittime , infatti, lo indica chiaramente: Hamàs e i Gazawi al seguito, hanno indistintamente visto in ogni israeliano -anche nel più coinvolto nella società palestinese- solamente un yehùd , un ebreo da massacrare. Esempio estremo di questa realtà è la tragica storia di Vivian Silver z"l presentata alla nota (9) . Ma non solo: il 7/10 anche arabi mussulmani sono stati indistintamente massacrati in quanto israeliani. Una risposta a questi dilemmi, per ora non arriva nemmeno dalla società palestinese che non si trova a Gaza. Questo purtroppo alla luce del giubilo nella West Bank che ha accompagnato la notizia del 7/10, e del drammatico aumento di popolarità di Hamàs all’interno di quegli stessi territori. Non si dimentichi infatti che questi non sono governati da Hamàs, ma sono bensì sotto l’ Autorità Nazionale Palestinese , in genere considerata più moderata e vincolata dagli Accordi di Oslo. La consapevolezza passa dal sarcasmo : In ogni caso l’ ironia amara di Stam non investe solo le cardinali questioni legate al conflitto tra palestinesi ed ebrei, o tra Israele e gli stati arabi che lo circondano. Kobi Oz, infatti, osserva con sarcasmo prima di tutto la società israeliana . Molte dinamiche socioculturali interne a quella società, non sono fondamentalmente cambiate negli anni. Perciò Oz irride -allora e oggi- a 360 gradi : punzecchiando sia l’intellettualismo laico -affettato e un po’ elitista- di Tel Aviv, sia la religiosità istintiva, che può sconfinare in superstizione, di Sderòt o centri simili. Kobi accenna con ironia sia alla supponenza dei commentatori televisivi, sia alla verbosità vuota dei politici che offrono facili soluzioni. Ma, alla fine, anche il sorrisetto ironico sparisce , perchè “dai troppi fiori non si vede più la tomba” e “dal troppo pianto abbiam finito il riso”. Questo brano -pur scritto nel 1997- è molto rilevante anch e oggi. Ancor più in questo nuovo arrangiamento. Kobi Oz, tuttavia, ratifica (10) amaramente una modifica al testo originale, piccola ma molto significativa: al termine del brano, due ripetizioni del ritornello sentenziano chiaramente: “ È inutile, invece sì che è vero sì viviamo proprio in Medio Oriente… ” L'ARRANGIAMENTO qui presentato: Nell’ambito del’ottimo Progetto IndieCity 2024 (11) Kobi Oz e alcuni membri dei TeaPacks tornano a Sderòt. Questa volta si trovano ad eseguire Stam di fronte allo spazio vuoto dove solo un’anno prima si trovava la Stazione di Polizia , il luogo che ha visto la parte più sanguinosa della Battaglia di Sderòt. (2) . La registrazione è preceduta da un breve dialogo tra Kobi e alcuni ufficiali della polizia locale, sopravvissuti ai combattimenti. Come Oz questi sono ancora increduli . Non riescono a convincersi sia vero quanto accaduto. In questo articolo, la traduzione del dialogo (un’ottantina di secondi) precede la traduzione del testo della canzone. La canzone inizia a 01:20 del filmato YouTube >>> Il presente arrangiamento, post 7/10, è più modesto e malinconico rispetto a quello originale del brano, musicalmente più vivace e scherzoso. Un nastro giallo è legato alle chiavi del basso che accompagna Kobi Oz durante l'esecuzione (12) . La versione del 1997, è presentata in calce, alla nota (13) . - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Traduzione, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Conversazione tra Kobi ‘Oz e ufficiali della Polizia, prima della canzone. (80”): Ufficiale di Polizia: Qui abbiamo perso amici, fratelli… siamo tutti come una sola famiglia. Semplicemente…. è come aver perso la casa. Ancora oggi, passare di qui ti fa accapponare la pelle. Vedere questa assenza… vedere questo spazio vuoto… Ufficiale del Mishmàr HaGvùl (14) : Per ognuno di noi… è come un buco nel cuore… Bisogna che tutti capiscano che non è possibile che una cosa del genere accada di nuovo… non è possibile… Kobi ‘Oz: …Come tante altre cose in questo paese… Non credevo fosse possibile… Non riuscivo a credere che non si trattasse di una presa in giro… Uno scherzo… Forse un’esercitazione… Come dire… era difficile credere che stesse davvero succedendo qualcosa del genere… Per questo motivo penso che qui sia giusto cantare “Stam”, che è una canzone che dice che… che noi crediamo di non stare in Medio Oriente… che tutto va bene… Ma poi, tutto d’un tratto, quando guardi il Telegiornale ti dici… Ehi, wow! Come dire… forse tutto questo è solo una gran presa in giro… Forse è qualcosa che non è… Forse non è vero… Ufficiale di Polizia: Ancora non riusciamo a dire… che una cosa del genere è davvero successa… Stiamo provando a risvegliarci da quest’incubo - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - TRADUZIONE del testo della canzone (v. 2024) Dalle troppo lacrime la vista si confonde da così tanti adesivi non si vede più la porta dalle troppe candele non si vede quanto è buio dai troppi bigliettini non si vede più il Muro Occidentale… (15) Dalle troppe canzoni non si sente la voce dalle troppe risposte non ci ferma più per chiedere dai troppi colpevoli non ricordiamo più qual’era il crimine dai troppi dieci non si vede neanche un nove. È inutile, è semplicemente tutta una gag presa da qualche vecchio film È inutile, non è mica vero non viviamo mica in Medio Oriente… Dal troppo cinismo non ci son più sentimenti da troppe cose al contrario son finite quelle dritte dal troppo “artistico” non esiste più una forma dalle troppe metafore non si capisce neanche un verso… Dai troppi ponti non si vede dov’è il passaggio dalle troppe storie non si sa cosa è stato dal troppo commento non si sa cosa è successo dalle troppe strade (16) qui non si vede la destinazione (17) . È inutile, è semplicemente tutta una gag presa da qualche vecchio film È inutile, non è mica vero non viviamo mica in Medio Oriente… Dalle troppe frasi non si sente il messaggio dalle troppe cure non si vede la frattura (18) dai troppi confini non si vede il recinto dalla troppa amicizia (19) non mi è rimasto neanche un amico (19) … Dalla troppa giustizia non si vede la legge dalla troppa vicinanza non esiste più la distanza (20) dai troppi pompieri ci siamo dimenticati cosa sta andando a fuoco dal troppo camuffarsi ci siam dimenticati di nasconderci. È inutile, è semplicemente tutta una gag presa da qualche vecchio film È inutile, non è mica vero non viviamo mica in Medio Oriente… È inutile, è semplicemente tutta una gag presa da qualche vecchio film È inutile, invece sì che è vero sì viviamo (proprio) in Medio Oriente… (Recitativo) Dai troppi inizi non si sa cosa è finito dalle troppe elegie funebri si dimentica cosa è rimasto dalla troppa gratificazione (21) non riusciremo a riempire l’assenza dai troppi fiori non si vede più la tomba… Dal troppo agro non si sa cosa è dolce dal troppo pianto abbiam finito il riso dalla troppa realtà è come stare in un film (22) dal troppo rumore non abbiam quiete (23) . È inutile, (etc.) x2 con la modifica No/Sì. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - NOTE e COMMENTI: (01) Progetto 710 raccomanda la visione del cortometraggio documentario Sritòt (Graffi), 2021, 10 min. Questa breve opera, realizzata con talento dal videomaker Dario Sanchez , presenta la storia del giovane maestro Daniel Della Rocca . In p assato, Daniel ha combattuto a Gaza e ne è tornato con dubbi e domande. "Per chi sto qui a combattere?". In cerc a di risposte, il giovane -pur cresciuto nel Centro agiato d'Israele- decide di andare a lavorare come maestro elementare nella periferica e disagiata Sderòt, espressione concreta della "Seconda Israele". Attraverso immagini della cittadina e dialoghi tra Daniel e il piccolo alunno David, è percepibile la complessità di Sderòt e della sua popolazione. "Sderòt è una città in attesa". In attesa del prossimo razzo, del prossimo allarme, del prossimo posto di lavoro. In attesa di essere presa in considerazione . Prima del 7/10, infatti, ad ogni sirena anche gli abitanti di Sderòt gridavano che a Gaza stava crescendo una grave minaccia. Ma le sirene di Sderòt erano troppo lontane da Tel Aviv e Gerusalemme per essere sentite e -quando udite- quella popolazione bersagliata non contava abbastanza ... (02) La battaglia per la Stazione di Polizia di Sderòt, momento per momento, nel sito 7/10 a 360º della Rete TV Nazionale Kan 11. https://www.710360.kan.org.il/en/sderot/police (03) Nasce a Sderòt anche l’ottima band Knessiàt HaSèkhel (La Chiesa della Mente). Questa è presente nel Progetto 710 con il brano Shùm davàr lo ifgà bi (Nulla potrà farmi del male). (04) Kobi Oz: https://en.wikipedia.org/wiki/Kobi_Oz Teapacks: https://en.wikipedia.org/wiki/Teapacks (05) Una sintetica definizione di “Rimozione” : In psicoanalisi, la rimozione è un meccanismo psichico inconscio che allontana dalla consapevolezza del soggetto (Vaillant G.E., 1992), nel senso quasi fisico del termine, quei desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e intollerabili dall'Io, e la cui presenza provocherebbe ansia ed angoscia. https://www.stateofmind.it/rimozione/ (06) Il “Nuovo Medio Oriente” (in ebraico HaMizràch HaTickhòn HeChadàsh) è anche il titolo di un libro di Shim’on Peres pubblicato nel 1993. L’espressione “Nuovo Medio Oriente” è anche divenuta sinonimo di un’ipotesi di pace tra i diversi attori mediorientali, cui giungere attraverso una collaborazione basata su interessi reciproci e su una crescita economica a beneficio dei partecipanti a tale ampio progetto. (07) Nel Progetto 710, v. anche l’Introduzione al brano Haìm Ned’à LeHiwalèd Shuv MiChadàsh (Sapremo di nuovo rinascere?). (08) In tal senso, in termini liturgici, si veda anche il brano Porchìm LeShuvàm , nell’ambito del Progetto 710. (09) In merito alla crudele mancanza di distinzione tra israeliani “buoni” e “cattivi” da parte di Hamàs e dei Gazawi al seguito, è esemplare la tragica storia di Vivian Silver z"l . Vivian (1949-2023), leader di movimenti per i diritti umani e in particolare per la collaborazione sociale tra palestinesi e israeliani, era estremamente coinvolta, in prima persona, nel supporto alla popolazione palestinese residente a Gaza. Anche per questo Vivian si trasferì nel 1990 a vivere a Bèeri, kibbùtz ai confini con la Striscia. Il 7/10 Vivian fu uccisa -nel corso dell’attacco perpetrato dai terroristi- e alla sua casa venne appiccato il fuoco. Nei primi giorni dopo l’assalto, si ritenne che Vivian facesse parte del gruppo di persone rapite dai terroristi e imprigionate a Gaza. Questo alla luce della totale mancanza di tracce o di segni di vita, tranne alcuni ultimi messaggi WhatsApp del 7/10. Ci vollero cinque settimane -e complesse analisi scientifiche- per accertare che i pochi e indistinti resti di Vivian si trovavano in realtà nella sua casa bruciata, a Bèeri. https://en.wikipedia.org/wiki/Vivian_Silve Nel Progetto 710 troviamo ulteriori storie e canzoni legate al Kibbùtz Bèeri, quella della ragazza paramedico ‘Amit Man , o anche l' Elegia di Bèeri . (10) La piccola ma significativa modifica al ritornello inizia talvolta a farsi sentire negli ultimi anni. La t roviamo ad es. qui, nel bootleg di un’esecuzione dal vivo del brano all’Anfiteatro di Cesarea. https://youtu.be/GoGGYsGn9Uc?si=7eEEmP36bsn87sEx (11) L'ottimo progetto musicale Indie City 2024 viene ricordato nel Progetto 710 anche alla nota (3) della pagina dedicata al brano Haìm Ned’à LeHiwalèd Shuv MiChadàsh . • Pagina FB di Indie City: https://www.facebook.com/IndieCity.Live • Canale YouTube: https://www.youtube.com/@IndieCity (12) Nelle immagini del videoclip qui presentato, si noti il nastro giallo annodato alle chiavi del basso elettrico che accompagna Kobi Oz. Il nastro giallo è uno dei simboli dell’attivismo per la liberazione degli Ostaggi prigionieri di Hamàs. Il bassista, inoltre, indossa una maglietta azzurra con il nome Tzàchi ‘Idàn , uno degli Ostaggi prigionieri a Gaza. Al mome nto della redazione di questa nota -440 giorni dopo il 7/10- sono ancora prigioniere di Hamàs 101 persone -adulti e bambini, ebrei e non- tenute in condizioni inumane. Qui a fianco vediamo Tzachi. L’età indicata nell’immagine “ufficiale” è anni 49. Nel frattempo, alla data di compilazione di questa nota, ha da tempo compiuto 50 anni. (13) La versione originale della canzone Stam , pubblicata nel 1997 dai Teapacks, musicalmente più vivace e scherzosa. https://youtu.be/8NSVMMKUwP0?si=fkpnSw74K1C7i42B (14) Mishmàr HaGvùl (in ebraico, letteralmente, Guardia di confine): corpo di Polizia, con addestramento e mezzi semi-militari, preposto a operazioni di sicurezza all’interno del Paese, a fronte dei cittadini dello Stato d’Israele ove necessario. (15) Il Muro Occidentale (HaKòtel Hama’aravì, o colloquialmente, HaKòtel ) è uno dei pochi resti del Sacondo Grande Santuario di Gerusalemme, distrutto dai Romani nell’anno 70 dell’Era Volgare. In Italiano è spesso impropriamente chiamato “Muro del Pianto” (“Wailing Wall”, in Inglese). È nota la tradizione di inserire bigliettini, o addirittura intere lettere, tra le grandi pietre del Muro . È ragionevole supporre che i biglietti contengano invocazioni e sfoghi personali. Va sottolineato comunque che -in ambito ebraico- non si tratta di una Mitzwà, un precetto canonizzato, bensì di una folcloristica tradizione che spesso assume valenze di superstizione. Per maggiori informazioni e per note sulle origini della tradizione: https://en.wikipedia.org/wiki/Placing_notes_in_the_Western_Wall (16) In ebraico “ Drachìm ” (letteralmente “strade”, ma per traslato anche “modalità, modi di fare”). (17) In ebraico “ lo roìm matarà po ” (non si vede il bersaglio, qui. Ove matarà -bersaglio- per traslato significa anche “scopo” o “destinazione”. (18) In ebraico “ Shèver ” (rottura, frattura. Come in altre lingue, sia con il significato di frattura ossea, sia di frattura sociale). (19) Nel testo ebraico “ Yedidùt ” (amicizia) e “ Chavèr ” (amico). I due termini hanno sottintesi diversi. Yedidùt deriva da Yadìd, termine che indica l’amico che è più di un semplice conoscente, ma con il quale non si ha però un rapporto molto stretto. Chavèr invece è l’amico-compagno, quello con il quale si ha una maggiore condivisione. In contesti di coppia, chavèr è anche boyfriend. (20) In ebraico “ ein yotèr rachòk ” (letteralmente: non c’è più lontano). (21) In Ebraico “ pitzùi ” (letteralmente, indennizzo). (22) In ebraico “ anàchnu BeSèret ” (siamo in un film). Colloquialmente questa espressione significa “stiamo vivendo qualcosa di irreale; non siamo connessi con la realtà”. (23) In Ebraico “ shèket ” (letteralmente, silenzio).
- PORCHÌM LESHUVÀM (Fioriscono al loro ritorno)
Al ritorno di chi? E che significa “ritorno"? Con il 7/10 la protesta diventa liturgia e la liturgia canzone. AUTORi : Testo: Ishày Rìbo. Musica: Ishày Rìbo e Maòr Shushàn. Canta: Ishày Rìbo. STILE: Rilassante. CATEGORIE: Guardando Avanti | Hostages USCITA: 11/03/2024, giorno 156 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/xRvr20W1_LA?si=jDJAXqcouKgjEyNg LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/0OzFG7wUIuRUDA1dcPzlK1?si=e6e227249881455e INTRODUZIONE ——————————— Come nel caso di molte società che subiscono un trauma, anche la società israeliana ha visto dopo il 7/10 un certo ritorno alla religiosità e alla fede . I motivi e le modalità di questo fenomeno -non necessariamente israeliano o ebraico- sono da anni oggetto di studio nelle opportune sedi scientifiche e professionali. Nell’ambito e finalità del Progetto 710 abbiamo solo la capacità di soffermarci ad osservare il confine sfumato che separa -o non separa- la musica e il canto dalla preghiera, la canzone dalla liturgia.. ‘In questo articolo lo facciamo presentando la canzone Porchìm LeShuvàm (Fioriscono al loro ritorno) di Ishày Rìbo , brano tra i più popolari del periodo seguito al 7/10. Questo suggestivo brano è ricco di riferimenti biblici e quasicitazioni dalla liturgia ebraica, illustrati nelle note che seguono alla traduzione. Porchìm LeShuvàm contiene anche due strofe prese alla lettera da un brano liturgico che viene recitato nelle sinagoghe nei giorni di Rosh Hashanà -il Capodanno ebraico- e nella solenne ricorrenza dello Yom Kippùr . Attraverso riferimenti colti, che ammiccano a brani ed espressioni ebraiche di periodi diversi, i drammatici eventi del 7/10 e la guerra vengono perciò iscritti in un quadro storico e culturale più ampio. Rìbo si propone di ispirare una speranza basata su una fede enunciata con toni pacati e carezzevoli . Il brano si contrappone quindi in modo decisamente più colto ad altre canzoni presentate nel progetto 710, in cui la fede è enunciata in forma di slogan superficiale -come ad esempio nel caso del brano ‘Am Israel Chay - o in cui la fede viene arruolata in funzione della rabbia e dell’energia richieste in battaglia, come nel caso del brano Ze’Aleinu . In ogni epoca e cultura l’essere umano cerca o crea situazioni liturgiche . È una necessità che non sempre si esprime attraverso liturgie canoniche, celebrate in una sinagoga, chiesa, moschea o pagoda. Molte situazioni di massa, quali le partite e i concerti in uno stadio, o le manifestazioni di protesta, in piazza (1) , presentano infatti modalità prettamente liturgiche. È stato perciò scelto di proporre qui un’ esecuzione dal vivo del brano Porchìm LeShuvàm, registrata nella prestigiosa sala Hangar 11, a Tel Aviv. È dal vivo, nell’interazione tra il cantante ed il pubblico, che è più evidente il carattere semiliturgico della canzone . Infatti, giunto a strofe contenenti invocazioni, Ribo si rivolge al pubblico e, chiedendo di rispondere “amèn” alle invocazioni, lo coinvolge attivamente in una dinamica prettamente di carattere religioso. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Ishay Ribo , classe 1989, è cresciuto a Marsiglia sino all’età di otto anni, per poi trasferirisi con la famiglia in Israele. Ha iniziato a scrivere canzoni a tredici anni, per poi iniziare la propria carriera musicale professionale verso la fine del servizio militare. Oggi Ishay è uno dei cantautori più popolari in Israele del genere rock-pop religioso. È sposato con Yael, ha cinque bambini e vive a Gerusalemme. https://www.ishayribo.com Traduzione, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Tutte le lacrime e il dolore sgorgati dal cuore alla fine faran germogliare (2) il mondo Campi, frutteti di verità anemone e mandorlo (3) fioriranno al loro ritorno (4) Tutto ciò che abbiamo passato strada facendo abbiamo anche compiuto errori però alla fine abbiamo capito (5) che da soli non ce la faremo Tutto ciò che sapevamo (6) si è rivelato sconosciuto (6) e come da quel giorno di festa (7) non abbiamo più un momento vuoto (8) Tutte le lacrime e il dolore sgorgati dal cuore faranno allora germogliare (2) un mondo Campi, frutteti di verità anemone e mandorlo (3) fioriranno al loro ritorno (4) Quel mattino di Sheminì ‘Atzèret (7) in cui il tempo si è fermato le volpi (9) han distrutto la vigna (10) si son presi il corpo ma non l’immagine divina (11) E allora, nel pieno dello shock, (12) abbiamo abbondato in bontà abbiamo moltiplicato sia generosità e gentilezza (13) sia il ferro, sia la spada (14) e le preghiere in sinagoga (7) Sino a che tutte le lacrime e il dolore sgorgati dal cuore non rimarranno inascoltate (15) Campi, frutteti di verità armonica e pianoforte suoneranno per il loro arrivo. (16) Oggi dacci coraggio oggi benedici noi oggi facci crescere cercaci con occhio benevolo Oggi onoraci oggi rincuoraci oggi allontanaci allontanaci da ogni male Oggi abbi pietà di noi proteggi i nostri soldati (17) fa tornare i nostri prigionieri (18) facci trovare consolazione (19) A questo punto, nel videoclip dell'esecuzione dal vivo, il cantante si rivolge al pubblico: “Ora dite tutti Amèn!” . Ribo ripete le tre ultime strofe invocatorie “Oggi…” e il pubblico risponde “Amèn” ad ogni invocazione . Sino a che tutte le lacrime e il dolore che han bruciato il cuore faran germogliare (2) un mondo Campi, frutteti di verità anemone e mandorlo (3) fioriscono ora al loro ritorno (4) - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - NOTE e COMMENTI: (1) Nell’Israele post 7/10, hanno un deciso carattere liturgico le manifestazioni per la liberazione degli Ostaggi prigionieri di Hamas a Gaza. In modo inconsapevole -o comunque non dichiarato- queste manifestazioni di protesta sono divenute eventi pubblici che seguono la liturgia di una vera e propria religiosità laica . Questo carattere emerge anche nelle modalità, nel ritmo scandito della lettura dei nomi degli ostaggi cui il pubblico risponde in modo altrettanto ritmato, nella commozione e partecipazione empatica della folla. Credit video della lettura dei nome degli Ostaggi: Or Sitt su YouTube. Musica sullo sfondo del video: il brano Tachzòr , presente anche nel Progetto 710. (2) In ebraico Yatzmìchu, letteralmente “faranno crescere”, riferito a piante. Qui si è preferito “germogliare” per indicare in modo chiaro che la crescita è quella di una pianta e non di altro. La Kalanìt Adumah in un adesivo commemorativo. (3) Sia l’anemone , sia il mandorlo, sono piante che -nel contesto culturale israeliano- evocano associazioni d’idee: 3a) L’anemone (rossa), in ebraico Kalanìt Adumàh, caratterizza la zona del Sud d’Israele colpita il 7/10. Una splendida fioritura di questo fiore riempie i campi della zona proprio nel periodo autunnale in cui ha avuto luogo la strage. Il fiore Kalanìt Adumah è quindi spesso utilizzato per indicare quella zona e -dal 7/10- è anche utilizzato in ambito commemorativo. 3b) In Terra d’Israele la fioritura del mandorlo avviene verso i primi di Febbraio. Nella cultura locale, è considerata l’annuncio dell’arrivo della primavera. In tal senso è conosciutissima la canzone per bambini “HaShkediàh poràchat” (Il mandorlo fiorisce) di Menashè Rabina su testo di Israel Dùshman. Si tratta di una allegra canzoncina che parla della festa di T”u BiShvàt (15 del mese di Shvàt) chiamata anche “Capodanno degli Alberi”. T”u BiShvàt è una festa che non è prescritta nella Bibbia, ma viene istituita in seguito, nel periodo della Mishnàh (Secondo-Terzo secolo E.V.). Oggi la festa ha un carattere ecologico e di legame con la Terra d’Israele. Celebra l’inizio della primavera e le primizie. A scopo didattico è d’uso a T”u BiShvàt portare i bambini a piantare alberi. (4) “Fioriranno al loro ritorno”. Al ritorno di chi? E che significa “ritorno"? In ebraico: LeShuvàm (al loro ritorno) dal verbo Shu”v, LaShu”v (tornare) . Oltre al significato letterale di moto a luogo, questo verbo ha altri significati rilevanti nel contesto di questo brano. Tra questi vanno evidenziati: 4a) La c.d. Teshuvàh (ritorno): un processo intimo, logico-emozionale, di presa di responsabilità e intenzione di migliorare se stessi. La progettualità positiva di un processo di Teshuvàh genuino può aver luogo solo in seguito a consapevolezza, elaborazione dei propri comportamenti e a un esame di coscienza, ovvero al c.d. Cheshbòn HaNefesh (alla lettera “rendiconto dell’anima”). Potenzialmente ogni momento della vita -ebraica e non- è buono per compiere (o almeno iniziare) un processo di Teshuvàh. Tuttavia, con la sua tipica tendenza operativa, la cultura ebraica ha istituito una ricorrenza solenne -Yom Kippùr- totalmente dedicata a questo processo logico-emozionale e alla sua progettualità, di modo venga svolto dall'ebreo almeno una volta l’anno. 4b) Il ritorno a casa dei soldati dal fronte e degli Ostaggi; centinaia di persone rapite da Hamàs il 7/10, ebrei e non, israeliani e non. La tragica vicenda degli Ostaggi è motivo di profondo coinvolgimento emozionale ed operativo all’interno della società israeliana. In tal senso, nell’ambito del Progetto 710, si vedano tutti i brani, con relativi commenti, presentati nella categoria Hostages: https://www.songs710.com/song-categories . Perciò, il ritorno di chi consentirà la fioritura? Dei soldati alle proprie case? Il ritorno degli Ostaggi? O forse il ritorno -Teshuvàh- di tutto il Popolo d’Israele a un comportamento più integro, più solidale, più in linea con un’etica ebraica? Tutte le risposte sono corrette. (5) In ebraico: Lamàdnu, letteralmente “abbiamo imparato”. (6) In ebraico, in entrambi i versi: Yad’anu, letteralmente “sapevamo”. Qui tuttavia è stato preferibile tradurre lo stesso verbo in due forme, con sfumature diverse. (7) Il 7/10/2023 era Shabbàt (Sabato) e, inoltre, cadeva in Israele la festa di Sheminì ‘Atzeret - Simchàt Torah (Ottavo giorno di Radunanza - Gioia della Toràh) una delle ricorrenze più gioiose del calendario ebraico. ( 8) In ebraico: Dal (povero, noioso, scarno, di poca entità). Termine classico, che evoca testi biblici o liturgici. Tra questi in particolare in Samuel A, 2:8 “(Il Signore) Solleva il misero dalla polvere, dal letamaio innalza l’indigente (…)” e -molto simile- in Salmi 113:7. (9) L’immagine delle volpi , intese come animali selvaggi che recano danno o che si avvantaggiano di un’area distrutta- proviene direttamente dalla Bibbia. Nel Cantico dei Cantici 2:15 troviamo il verso :”Afferrate per noi le volpi, le piccole volpi che danneggiano le vigne, poichè le nostre vigne hanno già i primi frutti”. Nel contesto del Cantico, che parla di rapporti d'amore, le volpi sono probabilmente una metafora per indicare quanto può minacciare il rapporto di coppia, l’idea invece delle volpi quali animali che si accompagnano alla distruzione emerge in modo chiaro nel Libro di Ekhàh, Lamentazioni. Questo narra infatti della distruzione di Gerusalemme e delle sue rovine: “Sul monte Sion, desolato, si aggirano le volpi” (Ekhàh 5:18). In merito al Libro di Ekchàh, i suoi contenuti e l’accostamento tra la distruzione di Gerusalemme e la catastrofe del 7/10 si veda -nel progetto 710- anche il brano “Qinnàt Beèri” (L’elegia di Beeri), con la sua introduzione note alla traduzione https://www.songs710.com/post/qinnàt-beeri-l-elegia-di-beeri (10) Anche l’immagine della vigna -metafora di stabilità e pace - ha provenienza biblica. Oltre al verso del Cantico ricordato nella precedente nota (9), tra le diverse citazioni la più significativa è probabilmente quella della visione di pace descritta nel Libro di Mikhàh: “(…) Nessuna nazione alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più l’arte della guerra. Ciascuno sederà sotto la propria vite e sotto il proprio fico, senza timore alcuno” (Mikhah 4:3-4). (11) Secondo la tradizione ebraica l’essere umano fu creato ad immagine di D-o , secondo quanto è scritto nella Bibbia: “D-o disse poi: ‘Facciamo un uomo a immagine Nostra, a Nostra somiglianza (…)“ e “D-o creò l’uomo a sua immagine; lo creò ad immagine di D-o; creò maschio e femmina”, Genesi 2:26-27. (12) In ebraico: Hèlem (trauma, shock, violento colpo). (13) In ebraico: Higdàlnu chèsed (letteralmente: abbiamo fatto crescere Chèsed). Chèsed è un termine che abbonda nella tradizione ebraica e nella sua liturgia. Comprende diversi concetti quali pietà, generosità, misericordia, gentilezza gratuita et similia. Ove nella tradizione ebraica vi sono numerose declinazioni e sfumature di questo termine, è significativo notare che in un solo caso il concetto di Chèsed è associato a quello di genuinità: Chèsed shel Emèt (vero Chèsed). Il termine Chèsed shel Emèt indica la cura volontaria dei defunti; in questo caso l’atto di generosità è considerato totalmente genuino e gratuito, dal momento che il beneficiario, il defunto, non potrà mai restituire la gentilezza e cura a lui elargita. La cura del corpo del defunto è comunque atto di amore nei confronti del Signore, in quanto l’uomo è fatto ad immagine Divina; v.precedente nota (11). In questa canzone il termine Chèsed viene utilizzato in virtù della sua capacità di evocazione liturgica e proprio per le sue molteplici accezioni. Da un lato vi è certamente anche un riferimento anche a Chèsed shel emet, dolorosa opera svolta in modo zelante da organizzazioni di volontari; dall’altro vi è un indubbio riferimento alla quantità incalcolabile di atti spontanei di generosità e supporto reciproco emersi nell'ambito del coinvolgimento della società israeliana dopo il 7/10 . Questi atti hanno nettamente caratterizzato le prime settimane e mesi della guerra, a beneficio di soldati, di riservisti richiamati, di sfollati o semplicemente di civili in difficoltà. Una forma di Chèsed è infatti emersa nella società civile israeliana, sia attraverso atti di eroismo -Ghevuràh- nella giornata del 7/10, sia -in ambito civile- attraverso piccole iniziative e atti dei singoli, o in forma organizzata. Questo, in numerosi casi con capacità organizzative, gestionali e logistiche sorprendenti. Grazie a queste notevoli capacità autogestite, la società civile ha saputo -nel corso di settimane o mesi, a seconda delle aree di intervento- dare una risposta a numerose e drammatiche carenze organizzative delle istituzioni statali. Queste avrebbero dovuto svolgere funzioni che sono invece state autonomamente assolte dalla società civile, a fronte di latitanze e incapacità da parte del Governo in carica. (14) Riferimento al nome ufficiale dato alla guerra iniziata dopo l’attacco a Israele del 7/10: Milchèmet Charavòt Barzèl (Guerra delle Spade di Ferro, Swords of Iron War). (15) In ebraico Lo yashùvu reikàm (letteralmente: non saranno ritornate nel loro vuoto, non riceveranno risposte vuote, non torneranno a mani vuote). Espressione di origine biblica in cui ritorna anche il verbo Shu”v, di cui alla nota (4). Cfr. Isaia 55:11 “Così sarà della Mia parola; essa non tornerà a Me senza aver fatto nulla, ma invece fa quello che Io voglio e mette ad effetto quello per cui Io l’ho mandata.” e Geremia 50:9 “(…) come un eroe molto abile, le cui frecce non sono lanciate invano”. (16) Le seguenti tre strofe sono basate su un Pyùt (composizione poetica) nota come Hayòm Teametzènu (Oggi dacci coraggio; le parole del primo verso). Le prime due strofe sono composte da versi estratti dal Pyùt originale, mentre la terza è stata scritta da Ishày Rìbo. Il Pyùt Hayòm Teametzènu è una litania di origine indiscutibilmente antica, ma non è chiara l’esatta epoca di composizione e l’autore. Come molti Pyut(ìm) è un inno in forma di acrostico. Nel rito Sefardita e Italiano, l’acrostico comprende tutte le lettere dell’alfabeto ebraico, mentre nel rito Ashkenazita comprende solo le prime e le ultime quattro. Questo Pyùt viene cantato nella liturgia di Rosh HaShanàh (il Capodanno ebraico) e dello Yom Kippùr (v. precedente nota 4a). Link alla pagina dedicata all’originale Hayòm Teametzènu, nel sito della National Library of Israel, con registrazioni di origine e periodi diversi. https://www.nli.org.il/he/piyut/Piyut1song_010055400000005171/NLI (17) In Israele una invocazione a proteggere i soldati non ha quei sottintesi retorici e nazionalisti che potrebbe avere in altri paesi. L’esercito è un esercito popolare: l’esperienza e i pericoli del servizio militare coinvolgono tutti, senza distinzioni tra gli strati sociali. Questo sia in modo diretto e operativo, per chi è richiamato alla leva o a Miluìm, il Servizio di Riserva, sia in modo indiretto, attraverso la preoccupazione dei famigliari di chi è operativo. La preoccupazione diviene quindi terreno comune di reciproca identificazione emozionale . Purtroppo, in numerosi casi, diviene terreno comune emozionale anche il lutto per l’uccisione di un soldato o di un civile in seguito ad atti di terrorismo. Non vi è singolo o famiglia che non abbia perso qualcuno, in modo più o meno diretto. (18) Il termine ebraico utilizzato è Shvuyènu (i nostri prigionieri) ma, nel contesto e nel periodo di pubblicazione del brano, è chiaro che l’autore si riferisce agli Ostaggi prigionieri di Hamàs a Gaza. La vicenda degli ostaggi costituisce una dolorosa ferita all’interno della società israeliana e, al contempo, anche in questo caso si è creato un ulteriore terreno comune emozionale. Per meglio capire gli aspetti emozionali di questa complessa vicenda, si vedano anche le canzoni presentate nel Progetto 710 nella categoria Hostages . (18) In ebraico il verso recita Hamtzì lanu nechamàh (facci trovare consolazione). Si tratta della parafrasi di un verso -Hamtzì lanu mechilàh (facci trovare condono)- estremamente conosciuto, che fa parte della liturgia ebraica dello Yom Kippùr. Il verso parafrasato da Ishày Rìbo fa parte della terzina che apre e fa da ritornello all’ inno El Norà ‘alilàh (D-o Venerabile per il Tuo operato). Questo, nelle sinagoghe, apre la solenne ultima fase della preghiera dello Yom Kippùr, detta Ne’ilah (Chiusura). Autore del celebre inno è lo spagnolo Moshè ibn ‘Ezrà, vissuto nell’undicesimo secolo. El Norà ‘alilàh fa parte della liturgia di rito Sefardita, ma nel tempo è entrato anche nel Minhag HaItalkì, il rito Italiano . In quest’ultimo, la melodia ricorda quella di una carola natalizia, risultato evidente di influenze musicali non ebraiche. Questo tipo di influenze locali sono un fenomeno culturale che, nei secoli, caratterizza ogni comunità ebraica della Diaspora. Non emergono solo nella musica ma in ogni ambito: cucina, dialetti ebraici, modi di vestire e altro. Link alla registrazione dalla Collezione Leo Levi, sul sito della National Library of Israel https://www.nli.org.il/he/items/NNL_MUSIC_AL997010744883105171/NLI Link inoltre a una interessante esecuzione moderna -quasi una fusion jazz etnica- di El Norà ‘alilàh cantato con una delle melodie più conosciute del rito Sefardita . Interpreti: la musicista Nèta Elkayàm e i musicisti Ravìd Kachlàni e Yigàl Harùsh e la sua ensemble. Harùsh è presente nel Progetto 710 anche al brano “ Qinnàt Beèri ”. V. inoltre la precedente nota (9.
- ‘AZA BUBI (Gaza, Hey bambola!)
In modo autoironico viene presentato il clima di coesione e di solidarietà con i richiamati emerso nei mesi successivi al trauma del 7/10. AUTORI: Moshe Khorsia e Ron Biton STILE: Adrenalinico (XL) | Grotesque | CATEGORIE: Patriottismo e Propaganda | Guardando Avanti | USCITA: 05/03/2023, giorno 151 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/jPognKfpUc4?si=Ri4dyxLyy7QeG39U LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/2K2Pzmr7l7PlrImqHH4V5X?si=f13bb4615dad4dee INTRODUZIONE: ——————————— La canzone presenta in modo autoironico -anzi, caustico- il clima di coesione e solidarietà emerso nei mesi successivi al trauma del 7/10. Un brano che propone un orecchiabile motivo ritmato semi-orientale, slang e tante strizzatine d’occhio alla caotica realtà quotidiana israeliana dei periodi “normali”. Tutto spiegato nelle numerose note a pie’ della traduzione. Metà-fine Febbraio 2024: una parte significativa dei Miluimnikim -civili in servizio militare di riserva- torna per la prima volta a casa dal fronte. Molti non sono usciti da Gaza per alcuni mesi. Una parte è stata richiamata nel corso del maledetto 7/10 stesso e nei gironi successivi; una parte si è presentata volontaria. “ (…) durante tutto l’anno tutti litigano / ma quando qui casca un piccolo missile / in Israele d’un tratto tutti diventano fratelli”, dice il protagonista. Vero ma purtroppo riduttivo: missili ne sono caduti per anni, senza che vi fosse tanta coesione… Per creare quella preziosa e celebrata unità è stato necessario il trauma del 7/10 e una guerra, ancora in corso e di cui non si vede al momento la fine…. Tuttavia, nel periodo in cui l’ironico miluimnik torna a casa, parte della coesione ha già iniziato ad incrinarsi. Tornan purtroppo a prender piede anche le solite divisioni; tribali e non. “ (…) (quanto mi piace) che non mi fan pagare!”. All’interno della sua visione ironica della coesione all’interno del paese, il protagonista evidenzia un aspetto specifico: durante gli ultimi mesi i soldati (per comprensibili e giustificati motivi) sono stati molto coccolati, gratificati, da parte della popolazione civile. Si ride per non piangere. MOSHE KHORSIA è un giovane insegnante, cantautore, compositore. In parallelo, però, è anche combattente e influencer nei social network. Il padre, il Rav Asher Khorsia, ha fondato e dirige una Ulpanà, un liceo femminile del settore nazional-religioso. La madre, la Rabbanit Yael è Consulente di Coppia e anch’essa educatrice. Moshe è cresciuto all’interno del Bnei ‘Akiva, movimento giovanile sionista nazional-religioso (BTW: attivo anche in Italia, in parallelo ad altri movimenti giovanili ebraici). I tal senso, vale la pena di notare che Moshè ha il capo coperto da una kippah, che però non si nota molto in quanto nera sui capelli corvini e -parlando ironicamente della coesione sociale indotta dalla guerra- abbondano nel videoclip giovani con kippòt in testa (quindi stereotipicamente religiosi o tradizionalisti) accanto a giovani di aspetto (anche stereotipatamente) laico. Altri brani di Khorsia hanno carattere più romantico. Nel commento (20) a piè di questo post, il link ad una canzone pubblicata da Khorsia due mesi dopo l’inizio della guerra: “Lo yiùh po milchamòt” (Non vi saranno altre guerre). TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ——————————————————————— (Grido del cantante, mentre toglie parte della divisa): “Ecchè ne so? Non lo so fare ’sto gioco!” (1) (Recitativo) Gaza, Hey bambola! ci lasciamo dopo troppo tempo. È ora di tornare dai chèvre (2), al lavoro, alla mia vita (normale). Ho voglia di una (bella) birra fresca… di sentire cosa è successo… e -a dire il vero- mi fa un po’ paura tornar qui, alla vita normale… Di’ un po’ Beh, che succede col prezzo degli appartamenti? (Coro) È salito! E che ne è di quei vicini nuovi? (Coro) Se ne sono andati! E che succede con tutti i bambini? (Coro) Sono su Zoom! Wow, che balagàn… (3) E che ne è dei vari celeb che erano in giro? (4) (Coro) Tutti li a sostenerci! E che ne è dei sinistroidi? (Coro) Tutti fratelli! (5) E qual è il posto di lavoro che più conviene, qualificato? (Coro) Fare il fattorino! (6) Aaah… ok… Eìze fanàn… Che sballo… (7) (Melodico orientale ritmato) Ma ci vado (lo stesso) matto per ’sto paese Come ad ogni cosa tutti rispondono “Amen” (8) E quanto non posso fare a meno (9) di dare generosamente E (quanto mi piace) che non mi fan pagare (10) Yallah! (11) Allora, ho capito, ho capito… E’ ancora (tutto lo stesso) balagàn… (3) Ma dite un po’, fratelli… Chi riuscirà a mandarci via da qui? Certo voi no… Oh Figli di ‘Amaleq (12) Non c’è niente al di sopra di Tel Aviv e dei suoi bar… o del mangiare a Gerusalemme… E non c’è niente di meglio di quei bei nostri matrimoni all’aperto! (13) Di’ un po’ che succede col traffico? (14) (Coro) Tutti (ancora) fermi negli ingorghi! (15) E come è andata a finire con tutti quelli che manifestavano? (16) (Coro) Stan li a bloccare le strade! E cosa vien trasmesso alla TV? Alla TV -in particolare- vien trasmesso… il panico. E cosa ne è rimasto da tutto quel casino? (17) (3) (Coro) Unità! E cosa prova la gente in realtà? (Coro) Solitudine! Ci sarà guerra anche al Nord? (Coro) Certo! (18) Wow… Quanto non mi va bene questa… Mi sono appena congedato…! (Melodico orientale ritmato) Ma ci vado (lo stesso) matto per ’sto paese Come durante tutto l’anno tutti litigano Ma quando qui casca un piccolo missile In Israele d’un tratto tutti diventan fratelli Yallah! (11) (Melodico orientale ritmato) Ma ci vado (lo stesso) matto per ’sto paese Come ad ogni cosa tutti rispondono “Amen” (8) E quanto non posso fare a meno (9) di dare generosamente E (quanto mi piace) che non mi fan pagare (10) Yallah! (11) Ma ci vado (lo stesso) matto per ’sto paese Ma ci vado (lo stesso) matto per ’sto paese Come durante tutto l’anno tutti litigano Ma quando qui casca un piccolo missile In Israele d’un tratto tutti diventan fratelli Yallah! (11) (Recitativo) Wow, no… Mi mettete in imbarazzo… (19) (No, invece:) Mi fa tanto piacere! (19) (Riso ironico). —————————— NOTE e COMMENTI: (1) Lett. “Ani lo tov BaMischàk HaZe” (Non sono bravo in questo gioco) ove “gioco” significa anche “recitazione”; come in inglese il verbo “to play” che ha lo stesso doppio significato: sia “giocare”, sia “recitare”. (2) “Chevre” colloquiale, talvolta affettuoso, per “chaverìm” (amici, compagni). (3) “Balagàn” (confusione; con le stesse sfumature che -in italiano- ha il termine “casino”, ma senza l’etimo Pre-Merliniano). In origine dal termine persiano antico “bala chana” (soffitta, inteso nel senso di ripostiglio sottotetto). La parola passa poi al russo “balagàn”, con il significato di capanna, costruzione temporanea e precaria. Nel 18mo secolo il termine inizia anche ad indicare compagnie girovaghe di pagliacci, saltimbanchi e burattinai; queste costruivano capanne precarie nelle quali abitavano nel corso del loro girovagare di cittadina in cittadina. La parola passa dal russo all’ebraico moderno prima della fondazione dello Stato d’Israele -grazie alla significativa quantità di immigrati dll’Europa dell’Est- in seguito nel gergo militare e poi nel generico slang civile. Il termine viene poi declinato in forme diverse. Ad es. “balaganist” (aggettivo; persona che fa chiasso, persona disordinata, o che esegue compiti in modo sconclusionato), “levalghèn” (verbo; fare balagàn) da cui anche “mevulgàn” (aggettivo; disordinato, confuso, in stato confusionale). (4) Non “che erano in giro” -letteralmente- bensì “nel paese, nello Stato” (BaMedinà). (5) Letteralmente “Achìm” (fratelli). Oltre al significato metaforico del termine, come in “bro’” americano, è anche plausibile che il termine accenni a “Achìm LaNeshek” (Commilitoni; “Brothers in Arms”) nome di uno dei principali gruppi di protesta, che nel corso del 2023 si sono creati e schierati manifestando contro la Riforma delle Istituzioni intrapresa dal Governo Netanyahu, ancora in carica al 7/10. Il fenomeno della protesta ha fortemente marcato il clima e il discorso pubblico tra il 4/01/2023 (data di annuncio dell’iniziativa di Riforma) al 6/10/2023, con un’immediata interruzione in seguito allo scoppio della guerra e all’immediata riconversione dei gruppi di protesta in iniziative di supporto civile alla popolazione e ai militari. In modo molto generico e superficiale, gruppi come Achim LaNeshek sono/erano definiti “di sinistra”; v. anche una domanda in una strofa successiva: “che fine han fatto tutti quelli che manifestavano?” e la nota n. 16. (6) Letteralmente il coro grida solamente “Fattorini!” (shlichìm!). Come nel corso del periodo del Covid, anche durante la guerra i vari servizi di recapito sono fioriti. Al contempo alcuni altri lavori più qualificati sono entrati in crisi e hanno visto diversi licenziamenti. In buona sostanza: la guerra ha causato (anche) una crisi economica con ripercussione su diversi ambiti dell’occupazione. (7) “Eìze Fanàn!” (Che “fanàn!). Fanàn è un termine in arabo che significa “artista”. Come molte altre parole in arabo, la parola è entrata nell’ebraico divenendo termine gergale o colloquiale. In questo caso indicando “piacere”, “rilassamento”. (8) Indica la tendenza a generalizzate spontaneità religiose -profonde o superficiali, a seconda, e a espressioni di pietismo religioso- emersa durante la prima fase della guerra parte della coesione da quest’ultima indotta. (9) Letteralmente “Anì Makhur” (sono assuefatto a… nel senso di “drogato di…”). (10) All’interno della sua visione ironica della coesione del paese, il protagonista evidenzia un aspetto specifico: durante gli ultimi mesi i soldati (per comprensibili e giustificati motivi) sono stati molto coccolati, gratificati, da parte della popolazione civile. In molti casi hanno ricevuto -in modo spontaneo- merce, cibo, servizi con sconti o gratuitamente da parte di negozianti, ristoratori, etc. (11) Yallah! Esclamazione esortativa in arabo, entrata nell’ebraico informale. (12) ‘Amaleq, nome biblico indicante gli Amaleciti, una tribù che attaccò il Popolo d’Israele nel deserto (Esodo, 17: 9-15) approfittando dello stato di sfinitezza del Popolo stesso appena uscito dall’Egitto. La Tribù di ‘Amaleq, dal nome del progenitore degli Amaleciti, è descritta nella Bibbia come un gruppo particolarmente crudele e infido. È anche nota la frase biblica “Ricorda quel che ti fece ‘Amalek (…) Non dimenticarlo” (Deuteronomio, 25:17-19). Questa trasmette sia un vero e proprio precetto, sia un obbligo morale di memoria storica che, nei secoli, è divenuto metafora indicante molte altre figure o popoli che nel tempo hanno perseguitato il Popolo Ebraico. Nella cultura ebraica Amaleq è il cattivo per eccellenza. Il termine è emerso in modo molto frequente, nel corso della guerra, anche per indicare Chamàs e in genere nemici crudeli. Nel Progetto 710 v. anche la canzone “Ze ‘Aleynu”. (13) Letteralmente “Tàchat kippat HaShamaym” (sotto la volta del cielo). Ove il tempo e la stagione lo permettano, in Israele è piuttosto diffuso celebrare matrimoni erigendo la chuppàh -il baldacchino nuziale- all’aperto. Nel contesto della canzone, è plausibile ci si riferisca ai numerosi matrimoni che l’inizio della guerra ha mandato a rotoli. Parte di questi, tuttavia, sono stati celebrati ugualmente -in modo commovente seppur meno fastoso rispetto a quanto programmato- con lo sposo (o la sposa) in divisa, in brevissima licenza, e alcuni commilitoni intorno. In questo senso, nel Progetto 710, si veda la canzone -e le relative note- del pungente brano Anì rotzà leitchatèn BaMilchamà (Voglio sposarmi durante la guerra). (14) + (15) Letteralmente “Tagid, ma HaMatzàv ‘im HaKvishìm?” (Dimmi, come la situazione sulle strade?). Il problema di lunghe file di macchine (particolamente in direzione o uscita delle grandi città nelle ore di punta) è particolarmente avvertito in Israele. Da cui… (15) : letteralmente il coro grida “ ‘Omd`im!” (Si sta in piedi immobili!). In tal senso, di posizione fisica, nel contesto ebraico vale la pena di ricordare come riferimento la preghiera chiamata anche “ ‘Amidà” (Stare in piedi) il cui nome si basa dalla stessa radice triletterale (‘ayn-mem-dalet). Questo brano, centrale nella liturgia ebraica, si recita -appunto- in concentrazione, dritti in piedi e a piedi giunti. (16) v. anche precedente nota (5). Riferimento a manifestazioni -di dimensioni ridotte o anche oceaniche- che hanno accompagnato la “Protesta” (Mechaàh) emersa nel corso del 2023. Il fenomeno della Mechaàh -emerso in forme diverse, oltre alle manifestazioni- ha marcato il corso del 2023, indirizzandosi contro una Riforma delle istituzioni alla base dello Stato Democratico, intrapresa dal Governo Netanyahu e guidata dal Ministro della Giustizia Yarìv Levìn. Il fenomeno della protesta ha fortemente influito sul clima e il discorso pubblico nel periodo intercorso tra il 4/01/2023 (data di annuncio dell’iniziativa di Riforma) e il 6/10/2023, quando le proteste hanno subito una brusca interruzione a causa dello scoppio della guerra. Alla luce dell’emergenza 7/10, la Mechaàh ha ritenuto opportuno bloccare subito ogni forma di dissenso, in particolare manifestazioni che avrebbero potuto distogliere le Forze dell’Ordine da altre pressanti urgenze. Parte significativa degli attivisti della Mechaàh -o dei semplici manifestanti- sono accorsi al fronte, richiamati d’urgenza o come volontari. Inoltre, a partire dalla sera del 7/10 stesso e durante i tre mesi successivi, diversi gruppi di protesta si sono riconvertiti in efficienti organizzazioni civili per supportare i militari richiamati, esercizi lavorativi e la popolazione nelle retrovie, tra cui in particolare gli sfollati affluiti dal Sud e dal Nord del paese nella zona centrale d’israele e a Gerusalemme. Il coinvolgimento e l’efficienza della Società Civile sono state necessarie, a causa di notevoli carenze e lentezze organizzative dimostrate dalle istituzioni dello Stato. L’efficienza e prontezza dell’intervento civile attivato dai gruppi di protesta, sono state invece possibili grazie a meccanismi di mobilitazione e richiamo sorti “dal basso”, “grassroot”, costruiti nel corso dell’anno per altri fini. (17) Il testo si riferisce a quanto brevemente descritto nella nota precedente, in relazione al periodo precedente lo scoppio della guerra. (18) Letteralmente “Badùk!” (Verificato!). (19) L’espressione usata è “Lo na’ìm li” (Non mi è piacevole) che -appunto- è usata anche come espressione apologetica e di imbarazzo. Nel suoi diversi usi, termine Na’ìm (piacevole) fa parte anche dell’espressione “Na’ìm Meòd” (molto piacevole) in uso quando ci si presenta reciprocamente; una forma di “Piacere…”, “Nice to meet you…”. Il protagonista fa ironicamente un gioco di parole, di fronte alle numerose gratificazioni offerte dai civili ai soldati (v. precedente nota 10). All’inizio dice “Lo na’ìm li…” (mi sento in imbarazzo), mentre poi -sommerso da vistosi regali e con tanto di coppa trofeo- conclude ridendo ironicamente: “Na’ìm li meòd!” (Mi fa tanto piacere!). (20) La canzone di Moshe Khorsia “Lo yiùh po milchamòt” (Non vi saranno altre guerre), uscita due mesi dopo l'inizio della guerra. Le immagini del videoclip -tutte autentiche- e il titolo parlano da soli...
- TACHZÒR (Torna)
Tachzòr riesce a trasmettere in modo delicato e ferito la nostalgia e l’ansia per i Chatufìm, gli Ostaggi. "Chatufìm" (rapiti) è il termine ebraico utilizzato per indicare 253 persone -uomini, donne, bambini, anziani, ebrei e non ebrei, israeliani e non- che il 7/10/2023 sono state rapite da terroristi palestinesi e tenute in ostaggio a Gaza a partire da quella data. AUTORI: Idàn Reichel. Canta: Roni Dalumi STILE: Killing You Softly | Ansiogeno | CATEGORIA: Shock, Lutto, Ansia | Hostages | USCITA: 31/10/2023, giorno 24 di guerra e prigionia degli ostaggi. Link al brano: https://youtu.be/sTXAA96W1Ww?si=rYdUcMK1tI2wCoo7 Link su Spotify: https://open.spotify.com/track/2XOdRT5fQIFhctTJieM8a3?si=5097242ac7b44009 INTRODUZIONE: ———————————— "Chatufìm" (rapiti) è il termine ebraico utilizzato in Israele per indicare 253 persone -uomini, donne, bambini, anziani, ebrei e non ebrei, israeliani e non- che il 7/10/2023 sono state rapite da terroristi palestinesi e tenute in ostaggio a Gaza a partire da quella data. Nel corso dei mesi successivi, una parte dei 253 è stata riscattata, una parte uccisa. Al momento della compilazione di questa nota -160 giorni dopo quella tragica data- i terroristi trattengono ancora nelle proprie mani 134 innocenti, vivi e non. Le testimonianze dei riscattati riferiscono di condizioni di prigionia inumane, fame, torture e violenze sessuali a danno degli ostaggi. Il 7/10/23 anche per i famigliari e gli amici degli ostaggi è iniziato un incubo: una continua lacerante angoscia ed una estenuante attività per mantenere viva l’opinione pubblica -locale e mondiale- in merito alla tragica vicenda. La drammatica situazione dei chatufìm ha innescato in Israele un meccanismo di profonda solidarietà con le famiglie dei rapiti. Seppur inquinato da una squallida politicizzazione della tragica vicenda (intorno alle modalità di riscatto) il sentimento prevalente in Israele è sia di profonda empatia nei confronti delle famiglie, sia di ansia nei confronti degli ostaggi: questi, infatti, appartengono a ogni strato della società e in Israele ognuno sa che -trovandosi nel momento sbagliato nel luogo sbagliato- avrebbe potuto essere vittima dell’efferato rapimento. Tachzòr (Torna) riesce a trasmettere in modo delicato e ferito la nostalgia e l’ansia dell'attesa di colui -o colei- che è stato rapito. Soprattutto prevale nel brano il senso di incertezza di chi -nell’attesa angosciosa- prova un confuso oscillare tra disperazione e speranza, che si scontra però con un'unica inconfutabile certezza: quella dell’assenza. IDAN RAICHEL (1977 - ) : Raichel è un cantautore e produttore musicale israeliano di notevole fama locale e internazionale. Il suo stile personale fonde influenze musicali diverse, eseguite sia attraverso strumenti acustici, sia elettronici, che accompagnano un linguaggio ebraico poetico e sensibile. RONI DALUMI (1991 - ) : Il brano Tachzòr è qui presentato nella versione ufficiale, dell’Idan Raichel Project, con la dolce e commovente voce della cantante Roni Dalumi. Roni ha iniziato la propria carriera nel 2009, affermandosi a “Kokhàv Nolàd” (È nata una stella) un popolare programma TV per performers ad inizio carriera. Da allora la sua fama e professione sono state in costante ascesa. Le strade di Dalumi e Raichel si erano incrociate in passato, quando Dalumi aveva eseguito un’altra canzone dell'Idan Raichel Project intitolata “Cada Dia”, utilizzandola nel proprio primo album intitolato “Kzàt achèret” (In modo un po’ diverso). Tachzòr è stata ripresa anche da numerosi artisti, con arrangiamenti diversi. v. nota (3) TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: —————————————————— Le ore stanche che non consentono al tempo di correre Le gambe pesanti che non trovano un motivo per camminare I giorni e le notti come i volti nelle foto (1) Tutto si ferma (2) quando tu non sei qui. E mi sveglio dal sogno ti sento vicino (3) E allora ti chiamo dal mezzo alla notte. Torna, torna oggi Volevo tanto che tu tornassi Magari tu (potessi) venire senza annunciarti già oggi. Io sono sono un faro (4) che in distanza nuovamente appare. Magari tu (potessi) venire senza annunciarti già oggi. —————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Si riferisce ai piccoli poster con foto del volto di ogni ostaggio -un poster per ogni ostaggio- che ovunque tappezzano Israele: muri, fermate degli autobus, palizzate, cartelli, auto, bacheche, recinti, alberi, pali della luce, vetrine… ovunque. Impossibile non notarli. Doveroso osservarli. (2) Letteralmente “ ‘Otzèr MiLèkhet” (lett. Si ferma di andare). L’espressione è usata per descrivere sia il fermarsi di moto sia di tempo. (3) In questa versione del brano, eseguita da una voce femminile, le parole riferite all’ostaggio sono declinate al maschile. Purtroppo però sono nelle mani dei terroristi palestinesi sia uomini, sia donne. Anche per questo, in ulteriori arrangiamenti usciti dopo questa versione, l’ostaggio cui si riferiscono le diverse versioni è uomo o donna, a seconda di chi canta la canzone. Tra i due tipi di versione le necessarie differenze nel testo sono minime. (4) Nel testo, “Migdàl shel or” (“Torre di luce”) quindi non letteralmente “faro”. Tuttavia, in ebraico, “faro” si dice “Migdàl Or”, da cui la scelta del termine “faro” in questa traduzione.
- L’ULTIMA DANZA DI ARIK E RUTH
La storia di Arik Peretz e della figlia Ruth, affetta da paralisi cerebrale, barbaramente uccisi il 7/10 al Festival SuperNova. Sullo sfondo di musica Trance, la storia viene narrata attraverso elaborazioni eseguite con tecniche AI -d’Intelligenza Artificiale- applicate a spezzoni di intervista, video e fotografie. VideoClip / Servizio Giornalistico AUTORI: Doron Solomons e Yuval Nitzan, per Kan11 TV. MUSICA di SFONDO: Infected Mushrooms. STILE: Killing You Softly | Grotesque | CATEGORIE: Shock / Lutto / Ansia | Rabbia / Confusione. | USCITA: 07/03/2024, giorno 152 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al Clip: https://youtu.be/DtC7cbfIPfw?si=byJbn20keuxSvC94 INTELLIGENZE ARTIFICIALI e FOLLIe NATURALI. Un breve filmato -in parte videoclip, in parte servizio giornalistico- che presenta la storia di Arik e Ruth Peretz. Sullo sfondo di musica composta dal gruppo Trance israeliano Infected Mushrooms, la storia viene narrata attraverso elaborazioni eseguite con tecniche AI -d’Intelligenza Artificiale- applicate a spezzoni di intervista, video e fotografie. In calce all’Introduzione e Note, traduzione della trascrizione della colonna sonora del clip/servizio. Nei commenti di FB, alcune immagini originali di Arik e Ruth, utilizzate come base per parti del clip. INTRODUZIONE e NOTE: ______________________ 1) Il SOGGETTO: Ruth, 17 anni, era affetta da paralisi cerebrale, bloccata sulla sua sedia a rotelle. Dalla nascita della ragazza, il padre Arik -58 anni nell’Ottobre 2023- era totalmente dedicato alla sua assistenza. Arik univa questa sua inderogata missione con la passione per la musica Trance e la partecipazione ai festival e agli incontri che sono parte integrale di questa cultura musicale. La musica Trance aveva accompagnato l’infanzia e la crescita sia di Ruth, sia delle sue due sorelle. La “coppia” Arik e Ruth era conosciuta e amata nell’ambito della comunità Trance israeliana: nei primi anni, la vista di Arik che sul ritmo Trance, ballava tenendo Ruth in braccio, era nota a tutti gli habituè degli incontri della comunità unita da questo genere musicale. Negli ultimi anni invece, Ruth, cresciuta, si piazzava al centro della pista sulla sua sedia a rotelle motorizzata, spesso addobbata di lucine multicolore, mentre Arik era sempre accanto a lei, per proteggerla e non lasciarla mai sola. Come il padre, Ruth amava in particolare i suoni e ritmi quella musica, ossessivamente ripetitivi ma rilassanti. Vi era un nesso tra l’amore per questo specifico genere musicale e le condizioni di Ruth, i suoi insormontabili limiti motorii e la quasi impossibilità ad esprimersi verbalmente? Difficile stabilirlo… I possibili positivi effetti della musica Trance su determinate condizioni fisiche e mentali è oggetto di studio e dibattito. Evidenti invece erano l’affetto e il calore di cui Ruth era ricoperta da tutti, quando -accanto ad Arik- partecipava ai vari eventi della comunità Trance. Il 7/10 Arik ed Ruth erano al Festival SuperNova. Non ne son più tornati; come non sono tornate altre 362 persone, massacrate, violentate, mutilate e bruciate in nell’area del festival da terroristi palestinesi che hanno attaccato un simbolo del contrasto tra la loro “cultura” e il suo esatto opposto: tra la l’esaltazione -da un lato- della violenza e della morte e -dall’altro lato- l’amore per la libertà e la vita, celebrate quel giorno da quasi 4000 persone radunatesi per il Festival nella zona del Kibbutz Re’im. Secondo le testimonianze, sotto il fuoco dei terroristi, tra il caos e le urla, Arik prese in braccio Ruth e -come tutti- iniziò a scappare per cercare un rifugio. La fuga non servì. Dopo il massacro, la sedia a rotelle di Ruth venne facilmente individuata nella zona. Per identificare i resti distorti e carbonizzati di Arik, invece, furono necessari molti giorni e complessi metodi di analisi, anche genetica, come nel caso di molte altre vittime di quel giorno. All’inizio si pensò che Ruth fosse stata rapita e portata a Gaza, come centinaia di altri ostaggi. Dopo alcune settimane, invece, in seguito ad ulteriori analisi, fu possibile stabilire che tra i resti di Arik vi erano anche quelli carbonizzati di Ruth, a lui ancora abbracciata. Il DNA non mente mai, ma talvolta confonde. Il funerale di Arik, dei suoi resti, era già stato celebrato e la famiglia era già stata in stato di Shiv’ah (1). Per un’assoluta certezza, fu necessaria una riesumazione e -in seguito- la celebrazione di un secondo doppio funerale e di una ulteriore Shiv’àh, questa volta per l’accertata perdita di Ruth. 2) Il VIDEOCLIP: Sono rimaste diverse immagini di Arik e Ruth, prese nelle ore precedenti il massacro. Nulla però è rimasto che ne mostri la fuga, abbracciati, e gli ultimi momenti. Per superare questo limite e visualizzare quei momenti, il regista Doron Solomons e il Video Animator Yuval Nitzan hanno deciso di ricorrere a un’animazione, basata su immagini ed elaborazioni generate con strumenti AI, con l’Artificial Intelligence. Il clip/servizio è stato realizzato per Kan 11, la rete TV pubblica israeliana. Per la musica di sfondo, gli autori si sono rivolti al maggior gruppo Trance israeliano: Infected Mushrooms, il duo Erez Eisen e ‘Amit Duvdevani, attivo dal 1996 e molto affermato nel proprio ambito in Israele e all’estero. 3) L’utilizzo dell’AI, ARTIFICIAL INTELLIGENCE: La realizzazione di immagini e sequenze video utilizzando strumenti AI è sempre più frequente. Questo anche in seguito ad un crescente accesso a questa tecnologia offerto da strumenti a basso (o nullo) costo. La massiccia diffusione di brani musicali attraverso canali come YouTube -che a un brano sonoro richiedono si accompagni un filmato o, come minimo, un’immagine singola- si avvale sempre più di soluzioni visive AI. Queste consentono facili spettacolarità a basso costo. Difficile -e ingiusto- generalizzare; non tutte le Intelligenze Artificiali producono gli stessi risultati. In genere tuttavia, nel caso in cui si richieda a questi strumenti la produzione di un immagine apparentemente fotografica -o in stile realista o iperrealista- il linguaggio visivo dell’AI è riconoscibile: alla facile spettacolarità si accompagna una forma di idealizzazione dei soggetti. Infatti, quando le è richiesta un immagine realista, l’Intelligenza Artificiale propone molto spesso cromatismi, atmosfere e tratti somatici da pubblicità. I paesaggi e le persone sono abbelliti, da carta patinata, idealizzati. Non a caso… artificiali. Sino all’emergere di una (auspicata) diversa capacità visiva che meglio rifletta la realtà, le immagini tipiche di stile realista AI rappresentano ancora un’apoteosi del kitsch (2): tutto è edulcorato, ma non con lo zucchero… con una saccarina a buon mercato -bensì- che si accompagna ad un inconfondibile retrogusto. (3) Con questa tendenza “naturale” dell’artificiale si è dovuto misurare con grande sforzo Yuval Nitzan, che ha realizzato le immagini di questo clip. (4) Nel mondo del tipo di AI adottata da Yuval, l’aspetto fisico naturale di una ragazza con le caratteristiche di Ruth non è contemplato, nè automaticamente ottenibile. In quel mondo artificiale, le immagini realiste di un padre cinquantottenne con una figlia disabile, sono automaticamente quelle di una giovane modella seduta su una sedia a rotelle accanto ad un aitante padre che sembra uscito dalla reclame di una compagnia assicurativa o di un SUV di lusso. “Di istinto” l’AI non conosce uomini con la pancetta o ragazze con atrofie. Così Yuval ha dovuto lavorare duramente per fare apprendere al meccanismo AI da lui adottato l’aspetto fisico di Ruth e Arik. Questo è avvenuto tramite l’inserimento nel sistema di quante più (comunque relativamente poche) immagini disponibili dei due soggetti e -soprattutto- di molte centinaia di immagini legate al mondo delle paralisi cerebrali e a quello dell’assistenza a disabili. Insegnare la realtà all’AI ha richiesto molto lavoro e ha ottenuto un moderato successo; tuttavia, senza tale sforzo, Yuval non sarebbe stato in grado di ottenere un risultato visivo in cui l’immagine -platonicamente contemplata dall’AI- di una ragazza disabile e di un padre cinquantottenne, potesse riflettere il più possibile i due soggetti, non travisandone il ricordo attraverso ridicoli, superflui abbellimenti. Al momento, in assenza di una vera conoscenza di cos’è la bellezza interiore, l’AI è in grado di rappresentare solo la bellezza esteriore; anche questa in base a parametri predeterminati, scelti per riflettere i canoni estetici di questa o di quella cultura. Nel caso del clip dedicato a Arik e Ruth, i problemi derivanti dalle confusioni o idealizzazioni visive AI è emerso anche nel caso di diverse gestualità e posture. Vale come esempio, tra le sfide affrontate durante la produzione, la rappresentazione dell’interazione fisica tra Arik e Ruth; in particolare dell’abbraccio forzato tra i due nel momento tragico della fuga. (4) Come nel caso di diversi altri sistemi AI, anche nel caso di quello adottato da Yuval il principale archivio visivo di riferimento è costituito dall’oceanica massa di immagini accessibile in internet. Questa offre una vasta abbondanza di abbracci romantici tra coppie, per non parlar dell’abbondanza di materiale porno. Meno abbondanti sono invece le immagini di abbracci (e trasporto in braccio) tra un uomo e una teen-ager, che contengano quelle sottili distinzioni gestuali ed espressioni del viso -percepite ma non facili da descrivere verbalmente- che possano trasmettere inequivocabilmente la sensazione di un rapporto genitoriale sano, protettivo e non di altro tipo. Oltre alla realizzazione con AI di sequenze che illustrano eventi non documentati, gli autori del clip/servizio hanno “applicato uno strato” di Artificial Intelligence anche a tutte le altre immagini originali utilizzate nel clip: sia del Festival, sia degli stralci di un’intervista condotta con le sorelle di Ruth. Ottima decisione. Questo “strato”, questo trattamento visivo, crea infatti avvicina le immagini “vere” a quelle “artificiali”, creando un’uniformità visiva che lega insieme materiali visualmente così diversi tra loro. Inoltre trasmette anche una sensazione di irrealtà nella rappresentazione di quanto, invece, era ed è purtroppo reale. Paradossalmente rende persino un po’ sognante e infantile l’atroce realtà. Questo paradosso veicola un sottinteso messaggio: dopo il 7/10 è necessario talvolta rifugiarsi nel sogno di una Intelligenza Artificiale per poter sopravvivere all’incubo di una Follia, di una Barbarie Naturale. “Naturale” per Hamàs e per tutto il disumano male che la sua sottocultura rappresenta. NOTE: ------- (1) Il c.d. stato di “Shiv’àh”. Il termine ebraico “Shiv’àh” (“sette”, in forma maschile) indica -oltre al numero- anche la settimana di lutto stretto che la tradizione ebraica impone a chi perde un parente stretto (genitore, figlio, fratello/sorella). Nel corso della settimana di Shiv’àh la persona in lutto si astiene da qualsiasi attività ordinaria e “siede in casa”, oggetto delle attenzioni di chi lo circonda e di chi si reca a porgere condoglianze. La “settimana” è la prima di tre fasi temporali -Settimana / Primi 30 giorni / Anno- che accompagnano progressivamente la persona in lutto, con norme che segnano un percorso di elaborazione della perdita subita. Secondo la tradizione ebraica, al termine dell’anno la persona in lutto non solo non ha più l’obbligo di osservarlo, ha bensì il dovere di non indulgere nel mettere in pratica le norme del lutto. La regola pratica per il ricordo del defunto, osservata attraverso un’azione da svolgere, si limiterà da quel momento alla commemorazione dell’anniversario della scomparsa. La norma che impone di non indulgere nelle pratiche di lutto è in linea con il principio ebraico di scegliere, privilegiare e santificare innanzitutto la vita. Ove logicamente non è materialmente possibile limitare i sentimenti di una persona -e quindi anche la malinconia del ricordo di chi ci è caro- è però possibile tentare di evitare comportamenti pratici che rischiano di innescare o perpetuare una spirale depressiva. Questo non sottintende una rimozione totale, o una mancanza di rispetto nei confronti dello scomparso, dato che comunque permane la norma del ricordo e omaggio attraverso l’anniversario. Tuttavia intende sottolineare la necessità di guardare e andare avanti, essendo la vita un dono dato all’uomo dal Signore. In merito allo stato di Shiv’àh, nel Progetto 710 v. anche la canzone Ma Avarekh. (2) Il termine “Kitsch” -nato in Germania per definire una determinata estetica- è stato reso noto in Italia dal critico d’arte Gillo Dorfles, che nel 1968 pubblicò una delle sue opere più celebri “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto”. Per una definizione della categoria, v. la seguente definizione data dalla Treccani online: https://www.treccani.it/vocabolario/kitsch/ (3) Anche il Progetto 710 si misura con l’influenza kitsch che parte delle immagini AI ha su canzoni quando sono presentate attraverso YouTube. Infatti, di frequente, la Redazione incontra brani che -per i propri testi- si iscrivono bene nella finalità del Progetto, ma sono purtroppo accompagnate da immagini AI che degradano fatalmente il livello del brano stesso. (4) Si veda un’interessante intervista con Yuval Nitzan, rilasciata a DemocraTV, rete televisiva online alternativa israeliana. https://www.youtube.com/watch?v=fcyxyrN7yrs TRADUZIONE della trascrizione del parlato del servizio: ------------------------------------------------------------ [Nel filmato, stralci di intervista con Yamit e Ya’irt, figlie di Arik e sorelle di Ruth]. 0:00 - (Mio padre) Comprava (a Ruth) tanti tipi di lucine e le appendeva alla sedia (a rotelle). O anche ombrellini carini, che la adornavano… 0:06 - Lei (Ruth) era sempre al centro dell'attenzione. Vedere una persona che non poteva camminare, non poteva parlare, non poteva svolgere normali funzioni, (e che tuttavia) ballava con tutti… come tutti… anche più bella di tutti… Tutto questo faceva bene al cuore delle altre persone. 0:23 - Mio padre era il tipo più strano al mondo e mia sorella era ancora più strana. (Gli altri) non sapevano bene come prendere tutto questo: un padre e una figlia che sono una sola persona. [Musica] 0:38 - Ruth è nata durante la seconda guerra del Libano. È nata con una paralisi cerebrale, un grave danno cerebrale, e non poteva allineare le gambe; non poteva camminare. 0:48 - Sentiva musica dal mattino alla sera, tutta la notte, e dall'età di cinque anni ha iniziato una specie di percorso nel mondo della natura e della musica Trance. 1:03 [voce fuori campo di Ya’irit, sorellastra di Ruth] - Mio padre ha iniziato a portarci, tutta la famiglia, ai party Trance e con gli anni mio padre e Ruth hanno iniziato ad andare da soli. Andavano ogni settimana... roba da matti… [Musica] 1:16 [Voce di Yamit] - Penso facesse bene alle persone vedere una ragazza con disabilità, che in realtà non poteva fare nulla, (ma stava lo stesso) in mezzo alla pista da ballo, piena di persone che danzavano intorno a lei. 1:30 [Musica] 1:32 - Per loro i party erano una forma di rifugio. Era l'unico mondo che accettava il diverso senza fare alcuna differenza. Le feste hanno portato a Ruth non solo una (forma di) liberazione (dal proprio stato), ma una (vera e propria) felicità. 1:50 - Uno poteva dire a se stesso “Guarda un po’, SE LEI PUÒ… tutti possono". 1:58 [Musica] 2:01 - Al party nella natura Nova -che da una festa di felicità e pace è divenuto poi il più terribile massacro della storia- papà prese mia sorella in braccio. (Altri) scapparono in una direzione; mio padre scappò nell'altra direzione. I terroristi videro la debolezza di mio padre e di mia sorella e, invece di inseguire quelli che andavano nell'altra direzione, inseguirono mio padre e mia sorellae semplicemente… li massacrarono a sangue freddo. 2:29 - Hanno... ucciso due persone che... non potevano proprio farcela. 2:35 - (Infatti, mio padre) non poteva scappare, perchè non l'avrebbe mai lasciata! Preferiva morire con lei piuttosto che scappare! 2:42 - Quei party erano la nostra fuga dal male… e così anche lei se n'è andata. È fuggita dal male verso un mondo (dove) tutto (è) buono. 2:51 - Penso che chi (in realtà) ha dato la vita a mia sorella è stato mio padre; non i medici. (Alla nascita) i medici le avevano dato due settimane di vita, (ma) lui le ha dato 17 anni. 17 anni in cui hanno vissuto insieme e sono morti insieme.
- ‘AM ISRAEL CHÀY (Il Popolo d’Israel è vivo).
Eyàl Golàn è un nuovo Sant'Agostino? Quesiti sulla Fede e la Ragione, su Musica e Calcio. Tutto questo attraverso ' Am Israel Chay , un motto inflazionato, che tuttavia, dichiara e definisce, in chiari termini, sia una effettiva situazione attuale, sia una realtà storicamente unica, perpetuatasi a dispetto di qualsiasi logica, persecuzione o circostanza difficile nel corso secoli. AUTORI : Avi Ochayòn, Ofìr Cohèn. CANTA: Eyàl Golàn STILE: Adrenalinico (L) | Schmaltz Mizrachì (S) | Lo Stadio va alla Guerra | CATEGORIE: Patriottismo e Propaganda | Neofede e Saccarina | USCITA: 19/10/2023, giorno 12 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/1HgKB4-kQdA?si=-u7dM7Gz6p8aDRzg LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/5oi46p5BbFdvgI0bAeu1rX?si=ff4e95c1187242ed APPENDICE in CALCE: Traduzione e note anche della nota canzone Mi SheMaamìn lo mefachèd INTRODUZIONE: ———————————— Un’ulteriore esempio (1) che -nell’ambito del Progetto 710- bene esemplifica sia la categoria c.d. “Patriottismo e Propaganda”, sia la categoria c.d. “Neofede e Saccarina”. Nel caso di questo brano, ‘Am Israel Chày, è importante notare la data di uscita: a distanza di meno di due settimane dal tragico e sanguinoso 7/10. Ovvero: praticamente subito e nel pieno di un primo periodo di shock e senso di incertezza, ma anche di immediata reazione operativa e solidale attivatasi spontaneamente in tutto Israele e nella Diaspora. Questa coesiva reazione si è espressa in modo fenomenale attraverso innumerevoli tipi di volontariato: chi alle armi -pur non richiamato- chi nelle indispensabili e necessarie numerose attività di supporto civile. In tale stato di urgenza, tensione e incertezza non poteva mancare il motto ‘Am Israel Chay (Il Popolo d’Israel è vivo), frase che da generazioni -quindi non solo nel periodo post-7/10- emerge in numerosi contesti, in situazioni estreme o ordinarie, luttuose o gioiose, vissute dal Popolo Ebraico. Va qui ricordato, infatti, che i termini “Israel” e “ ’Am Israel” (popolo d’Israele) definiscono tutto il Popolo Ebraico (2) e non la specifica entità statuale oggi chiamata “Israel, Israele”, ovvero lo Stato d’Israele fondato nel 1948, o i suoi cittadini. Per questo motivo, il motto ‘Am Israel Chay è un sempreverde inflazionato. Nella sua banalità, tuttavia, dichiara e definisce, in chiari termini, sia una effettiva situazione attuale, sia una realtà storicamente unica, perpetuatasi a dispetto di qualsiasi logica, persecuzione o circostanza difficile nel corso secoli. Nel clima generale dell’Ottobre 2023, brevemente descritto sopra, il cantante Eyal Golàn -ex calciatore- prende al balzo la palla e corre a segnare goal (3) con imbattibile fiuto commerciale (3): il 19/10/’23 esce la canzone ‘Am Israel Chay, in cui la casa di produzione di Golàn, unisce una melodia molto orecchiabile a un testo ricco di ingredienti sicuri e di facile digeribilità: popolo, unità, bambini, colombe, motti già collaudati, e soprattutto tanta fede e fiducia nell’Eterno Trascendentale. Il brano offre così una risposta a una disperata -e comprensibile- necessità di speranza e al bisogno di punti di riferimento fissi nel corso di un periodo instabile, tempo di angoscia, di lutti e gravi minacce. Il risultato: una parata di luoghi comuni e metafore di seconda mano, comunque non slegata dal reale in quanto rappresentativa di gusti e elementi socioculturali di diversi significativi settori tra i molteplici che convivono in Israele. Questa parata di banalità viene inoltre integrata -e amplificata- attraverso un videoclip ricco di immagini coerentemente in linea con quanto già descritto. (4) In sostanza: nulla offre speranza come la Fede e nulla è più rassicurante del banale, di quanto conosciuto ed è oggetto di consenso comune. Ma attenzione a non essere troppo snob: anche banalità e populismo -oltre ad essere legittimi- “hanno un loro perchè”. Come i fuochi d’artificio, ad esempio: non intendono proporre profondi contenuti filosofici, religiosi o esistenziali, ma quando esplodono colorando il cielo buio comunque affascinano tutti: bambini e adulti, saggi e stolti, colti e meno colti… (5) In precedenti brani di successo (v. nota 13) l'ex calciatore Golàn ha già schierato in campo la Fede come Centravanti, il concetto di Libero Arbitrio come Terzino (Libero) e nel ruolo di Portiere addirittura l’Onnipotente, per meglio blindare la difesa. Ciò premesso, quando si parla di Fede, o di tradizione religiosa ebraica, è raccomandabile prendere con dovuta cautela la piacevole voce di Eyàl Golàn… Riprendendo infatti la precedente analogia con i fuochi d’artificio -ma questa volta in prospettiva ebraica, ove a una insufficiente fede astratta viene privilegiata l’osservanza pratica dei precetti e un comportamento etico- bisogna saper ben distinguere tra l’accattivante fascino di uno spettacolo pirotecnico ed eventuali vere e proprie manifestazioni Divine, qualora effettivamente inviate dal Cielo. (*) EYAL GOLÀN: classe 1971, di famiglia originaria del Marocco (Golàn è cognome d’arte, il cognome originale è Bìton), Eyàl cresce in quartieri popolari della cittadina Rehovot. Operaio edile da ragazzo, calciatore professionista in seguito, si allontana dalla carriera calcistica (3) dopo che -causalmente- il produttore Tzion Sha’arabi ne scopre le ottime capacità canore. Nel giro di pochi anni Eyàl diviene uno dei cantanti israeliani più affermati, con un repertorio romantico, condito -a seconda dei casi- da elementi mediterraneo-orientali. (*) Ad una carriera di indiscutibile successo, Eyàl alterna il barcamenarsi con accuse di molestie sessuali e rapporti illeciti con ammiratrici minorenni, o -a seconda dei casi- con il far fronte a denunce per evasione fiscale. (6) TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Fra poco sorgerà il sole vedremo tempi migliori il cuore combatte la preoccupazione. Ritorneranno tutti a casa li aspetteremo sotto Speriamo di venire a sapere buone notizie. Perchè il Popolo Eterno (7) non si lascia mai prender dalla paura persino quando è difficile vedere Tutti stanno insieme, nessuno è solo qua Che vadano in malora (tutte) le guerre! (8) ‘Am Israel chay! (9) se non dimenticheremo mai di star tutti uniti ‘Am Israel chay! nei percorsi più problematici, in quelli facili (10) e anche nelle ore più difficili. Il Signore (11) ci salvaguardia e quindi chi può piegarci? (Non abbiam scelta) perchè non abbiamo nessun altro Stato (12) Porta la pace tra noi proteggi i nostri bambini perchè la fede non è andata persa (13). Oh nostra terra, nostro retaggio il nostro spirito non si indebolirà ora (che) tutto intorno il ferro di spade (14) La colomba spiegherà le ali la speranza di duemila anni (15) usciremo di nuovo a cantare per le strade. Perchè il Popolo Eterno (6) non ha mai timore (etc., a ripetere). ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Per la categoria “Patriottismo e Propaganda” nel Progetto 710, v. anche le canzoni: Ze ‘Aleinu, Lo Tenatzchù Otì, Chamàs e Acharei HaMabùl. Per la Categoria “Neofede e Saccarina”, v. anche le canzoni: Ze ‘Aleinu e Acharei HaMabùl. (2) Il nome Israel(e) identifica sia il Patriarca Ya’akòv (Giacobbe), sia il Popolo Ebraico. Nella Bibbia (v. Genesi 32; 29 e Genesi 35; 10) il Signore impone a Ya’akòv un nuovo nome: Israel. L’imposizione di questo ulteriore nome coincide anche con una ridefinizione, da parte Divina, della stirpe stessa di Ya’akòv: questa -dichiara il Signore- diverrà una nazione prolifica (v. Genesi 35:11-12) cui verrà confermata la terra precedentemente già promessa dal Signore ai precedenti avi Abramo e Isacco e alla loro discendenza (Genesi 12; 7, 19; 18-21 e Genesi 26;1-5). Il termine “Israel” diviene quindi sia un ulteriore nome di Ya’akòv, sia il nome collettivo di un’intera nazione. A estensione, incontriamo spesso in ebraico il termine “Bnei Israel” (Figli d’Israele) per indicare il Popolo Ebraico e, successivamente, anche termine ‘Am Israel (Popolo d’Israele). Con accezione geografica, invece, “Eretz Israèl” (Terra d’Israele). Nel 1948 il il termine Israel(e) viene scelto come nome per lo Stato d’Israele, fondato nello stesso anno. Tale fondazione avviene in seguito all’assegnazione da parte dell”ONU di parte di Eretz Israel all’entità semistatuale ebraica -c.d. HaYishùv- gradualmente sviluppatasi a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo, sotto l’Impero Ottomano prima e sotto il Mandato Britannico in seguito. Questa entità era proseguimento di una ininterrotta presenza ebraica in Eretz Israel a partire dal tardo periodo biblico. (3) Come indicato nell’introduzione, Eyàl Golàn inizia la propria carriera come calciatore. Non arriva alla Serie A, ma comunque gioca come professionista in serie inferiori. La passione per il calcio, tuttavia, traspare anche anni dopo il passaggio alla carriera di cantante: v. l'Appendice 2 per la canzone “Melekh HaMigrash” (Re del campo di calcio) del 2011. Negli ultimi anni il brano di Golàn più conosciuto e popolare è proprio una orecchiabilissima canzone nata per la tifoseria, ma che in seguito diviene estremamente popolare anche fuori degli stadi: “Mi SheMaamìn lo mefachèd” (Chi ha fede non ha paura). Conosciutissima in Israele, la canzone è piuttosto nota anche nella Diaspora. È molto probabile che sfornando il brano ‘Am Israel Chay, la casa di produzione di Golàn, per ottenere un sicuro successo, abbia voluto replicare elementi che, anni prima, avevan concorso alla grande popolarità di Mi SheMaamìn: una marcata ma non ben definita fede nelle grazie del Cielo, accanto al senso di coesione caratteristico delle tifoserie sugli spalti di un derby. In ‘Am Israel Chay, però, Golàn fa un salto di qualità: nonostante la propria superficialità, il testo del brano mostra una maggiore logica e uniformità rispetto a Mi SheMaamìn, che -accanto alla Fede- tirava in ballo anche concetti come il Libero Arbitrio. Per meglio conoscere questo popolarissimo brano, si veda l'Appendice 1 in calce a questo post e le Note nel'Appendice 1 stessa. (4) Un piccolo dettaglio presente sullo schermo del videoclip che accompagna la canzone: BS"D, l’acronimo che accompagna le immagini in alto a destra. È composto di tre lettere ebraiche -Bet, Samech e Dalet- che poste insieme costituiscono appunto l’acronimo dell’espressione “Besyatà Di-Shmayà”, in aramaico: Con l’Aiuto del Cielo. Presso parte degli ebrei particolarmente legati alle tradizioni religiose, è uso apporre queste tre lettere in un angolo in alto di qualsiasi scritto, privato o pubblico. L’apposizione di questo acronimo (o di simili per significato) non è un precetto della normativa ebraica; ha bensì essenzialmente la valenza di abitudine di carattere sentimentale, identitario o propiziatorio. (5) Avendo portato a mo’ di esempio i fuochi d’artificio… una considerazione non strettamente connessa al brano in esame. Non è azzardata l’ipotesi che in Israele i fuochi d’artificio abbiano (anche) un certo effetto catartico. In un paese che conosce conflitti armati e attentati, infatti, l’udire improvvisamente una raffica di detonazioni provoca un immediato momento d’incertezza: “sono fuochi d’artificio o stanno sparando?”. La tensione dovuta al momento d’ansia, però, rientra -o viene scaricata- con la scoperta che si tratta di un gioco pirotecnico: alla breve ansia da incertezza segue una rassicurazione. Questo quando effettivamente si tratta di petardi o tric-e-trac. Purtroppo, tuttavia, non sempre è così... (6) Come dire, qualora non fosse abbastanza chiaro: “Eyàl: a che ti serve tutta ‘sta gran fede, se poi ti batti le ragazzine e frodi le casse dello Stato?”. In tal senso, tra molti possibili esempi nell’ambito del pensiero ebraico, cfr. Isaia 1; 10-31. Il profeta non si esprime espressamente in questi termini -nè certo si rivolge direttamente a Eyàl Golàn- ma avanza concetti analoghi. (7) In ebraico “ ‘Am HaNetzach” (il popolo dell’eternità). Ulteriore espressione per indicare il Popolo Ebraico, parte della frase “ ‘Am HaNetzach lo mefachèd MiDerekh arukà” (Il Popolo Eterno non teme un lungo percorso). Questa popolare frase cita Rav Yeoshu’a Weitzman (1948 -), che l'avrebbe coniata. Weizman è un maestro e uno studioso di spicco nell’ambito del settore Nazional-Religioso israeliano. Tra le canzoni uscite dopo il 7/10 -in forma parziale o intera- questa citazione emerge in diversi brani. (8) Alla lettera, in ebraico, il verso recita “SheIsrefù HaMilchamòt” (Che brucino le guerre), dove appunto l’espressione al plurale SheIsrefù (o al singolare m. SheIsaref, e f. SheTisarèf) ha valenza di imprecazione o di augurio/invito ad andare in malora. (9) Qui il motto è intenzionalmente non tradotto, data la iconicità esposta nell’Introduzione. (10) In ebraico, letteralmente “Ba’Alyòt, BaYeridòt” (Nelle salite, nelle discese). Metafore. (11) In ebraico viene qui usata l’espressione HaKadòsh Barukh Hù (Colui che è Santo Benedetto), uno dei diversi nomi metaforici per indicare D-o, il cui Nome Esplicito -nella cultura ebraica- non è da pronunciare, ne è vocalmente articolato in modo chiaro. (12) In ebraico, letteralmente “Eyn lanu ‘od medinàh” (Non abbiamo nessun altro Stato). Anche questa frase -indicante un indiscutibile dato di fatto - è molto popolare in Israele e, in numerosi casi, emerge nelle canzoni uscite dopo il 7/10. (13) In ebraico, letteralmente “lo Avdah HaEmunàh”. Nel contesto delle canzoni di Eyàl Golàn -e del suo ricorrente uso del termine “Fede”- questa frase richiama il ritornello del brano “Mi SheMaamìn lo mefachèd”, di cui alla nota (3) e in un dettagliato commento di FB in calce. È ragionevole ritenere, comunque, che Eyàl Golàn faccia una certa confusione quando argomenta di rapporti di causa-effetto, o di merito e retribuzione, in relazione ad un’auspicabile protezione Divina. O perlomeno una certa confusione secondo una visione ebraica… La terzina infatti recita: “Porta la pace tra noi / proteggi i nostri bambini / in quanto la non è andata persa la fede”. È quindi in pratica sottinteso l’assunto che la Fede -di per se- sia motivo sufficiente per reclamare un’eventuale protezione da parte di HaKadòsh Barukh Hù, tirato in ballo da Golàn ad inizio strofa. Tuttavia, come accennato nell’Introduzione e in successive note, nell’Ebraismo la Fede come sentimento non riveste un ruolo prioritario come l’osservanza dei Precetti unita ad un comportamento interpersonale e sociale subordinato all’etica. Tutto questo indipendentemente dai moventi che spingono all’osservanza, vuoi che siano Timor Divino, passione per le tradizioni, espressione identitaria o altro. Da cui (anche) la provocatoria domanda di cui alla precedente nota (6). (14) Evidente riferimento al nome assegnato alla guerra/operazione iniziata il 7/10: in ebraico “Charavòt Barzèl” (Spade di Ferro) e in inglese, ufficialmente, “Iron Swords”. (15) In ebraico “HaTikwàh bat shnòt alpàym” (La speranza di duemila anni). Riferimento al canto HaTikwàh (La speranza), lnno Nazionale dello Stato d’Israele. L’espressione “speranza di duemila anni” è tratta dall’inno stesso. Sia questo, sia la canzone di Golàn, si riferiscono alla speranza del Popolo Ebraico di ritornare alla propria terra dopo due millenni passati nella c.d Diaspora, ovvero nella dispersione degli ebrei nel mondo seguita alla caduta di Gerusalemme ad opera dei Romani, nell’anno 70. Da allora, pur essendo sopravvissuta una costante piccola presenza ebraica in Terra d’Israele, il Popolo Ebraico è cresciuto e si è sviluppato nei molti paesi della Diaspora, mantenendo una identità ebraica comune e costante, ma arricchita da varianti, in seguito a influenze delle realtà locali. Nonostante una dispersione “di duemila anni” -che in parte ancora prosegue- nel corso dei ventun secoli il legame con la terra d’origine -Eretz Israèl- è stato costantemente mantenuto. Tra i numerosissimi esempi -in ambiti liturgici, culturali o in altri- i più noti ed evidenti sono probabilmente due: il rivolgersi tre volte al giorno in direzione di Gerusalemme -da qualsivoglia luogo del pianeta- nel corso delle preghiere quotidiane e anche il noto verso “L’anno prossimo a Gerusalemme” che viene recitato a Pesach (Pasqua) e in altre circostanze di auspicio. Appendice 1: La canzone MI SHEMAAMÌN LO MEFACHÈD (Chi ha fede non ha paura) USCITA: Ottobre 2010 Parole: ‘Adi Leon Musica: Dudu Koma Canta: Eyàl Golàn TRADUZIONE e Brevi NOTE: In ogni luogo, tutto il tempo, abbiam tutti -dal più grande al più piccino- giorni più o meno belli e tra questi (c’è) una risposta a tutte le domande. C’è un Unico, Grande D-o che in questo mondo ci da tutto Tra l’oscurità e un raggio di luce dobbiamo solo scegliere la strada. (2) E -come si sa- la vita è un dono tutto è previsto e la scelta è (però) concessa. (2) Chi ha Fede non ha paura di perder la Fede (3) E noi abbiamo il Re del Mondo ed Egli ci protegge da tutti. Questo popolo è come una famiglia uno-più-uno è il segreto del successo ‘Am Israèl (4) non si da vinto rimarremo sempre “sulla mappa”. E -come si sa- la vita è un dono tutto è previsto e la scelta è (però) concessa. (2) Chi ha Fede … etc. NOTE e COMMENTI: (1) Oltre al proprio contenuto originale, il brano contiene due citazioni -testuali e musicali- tratte da due popolari canzoni basate su frasi di Rabbi Nachman di Breslaw (*). Nel brano, le due citazioni sono ben individuabili, in quanto eseguite coralmente da una folla. Il contenuto di entrambe le citazioni si adatta molto bene all’energetica atmosfera delle partite di calcio: La prima (nel clip, sullo sfondo della carrellata dentro lo spogliatoio di una squadra) recita: “La cosa più importante è non aver mai paura”. La seconda, al minuto 02:17, recita: “È una granda mitzwàh (**) star sempre in allegria”. (*) Rabbi Nàchman di Breslaw: noto saggio vissuto in aree che oggi sono Ucraina, tra la fine del Sec. 18mo e inizio del 19mo. Gli insegnamenti di Rabbi Nachman mettono al centro dell’esperienza ebraica gioia, fede e anche un certo candore. (**) Mitzwàh: letteralmente Precetto, parte dei c.d. 613 Precetti, elementi centrali nell’osservanza della tradizione ebraica. Termine usato anche come metafora per ‘opera meritoria’. (2) Eyàl Golàn tira in ballo il concetto di Libero Arbitrio dell’uomo. Il verso “tutto è previsto / e la scelta è (però) concessa” -in ebraico HaCol tzafùi VeHaReshùt netunàh- è nientemeno che una citazione letterale (Pirqè Avòt, Massime dei Padri 3;15) proveniente dalla Mishnà, la collezione trascritta della Legge Orale. Sintetizza in poche parole il concetto di Libero Arbitrio concesso all’uomo. Il Signore- in quanto Onnipotente- può preveder tutto; ma la Sua onnipotenza ha comunque un unico limite: non è in grado di interferire nelle decisioni dell’uomo di fronte alla scelta tra il Bene e il Male. (3) Verso apparentemente poco logico: perchè chi ha Fede dovrebbe aver paura di perderla? Probabilmente, già in questa canzone, la casa di produzione di Golàn propone la Fede come elemento rassicurante, ma sottintende anche un contraddittorio timore di perdere questo stesso elemento. (V. anche l’Introduzione alla canzone ‘Am Israèl Chay, sopra). (4) ‘Am Israèl, il Popolo d’Israele. V. l’Introduzione alla canzone ‘Am Israèl Chay e la nota (2) alla traduzione della stessa. Appendice 2: La canzone canzone “Melekh HaMigrash” (Re del campo di calcio). USCITA: 2011 Vedasi l’Introduzione alla canzone ‘Am Israèl Chay, sopra, e la nota (3) alla traduzione della stessa.
- ‘OD YOM BE’AZA (Ancora un giorno a Gaza)
Tornato dopo molte settimane al fronte, No’am, un giovane rapper, scrive e canta dell’incredibile coesione e della responsabilità reciproca che si creano tra chi rischia la vita, uno accanto all’altro. AUTORI : Testo: No’am Tzurieli. Musica: No’Am Tzurieli e Yakir Ben Tov. STILI: Adrenalinico (M) | Ansiogeno | Grotesque | CATEGORIE: Shock, Lutto, Ansia | Rabbia & Confusione | Guardando Avanti | USCITA: 11/04/2024, giorno 187 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/1HgKB4-kQdA?si=-u7dM7Gz6p8aDRzg LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/3xhYFg2sS5O2PK6fVhO3O4?si=3eabed69cc0c4746 INTRODUZIONE: ———————————— No’am Tzurieli è un rapper quasi trentenne. Nato a Gerusalemme, dove anche abita, da ragazzo è stato campione nazionale di atletica, distinguendosi in particolare nella corsa 800 metri. Servizio militare di leva in un’unità scelta, legato in seguito alla propria unità durante i Miluìm, il servizio di riserva (v. anche nota 15 in calce) l’Otto di Ottobre 2023, come moltissimi, è stato arruolato. L’esperienza a Gaza è molto dura per chiunque, anche per chi è stato addestrato in un corpo scelto. I compagni e gli amici caduti sono una ferita aperta. Al suo ritorno, dopo molte settimane al fronte, No’am scrive e canta dell’incredibile coesione e della responsabilità reciproca che si creano tra chi rischia la vita uno accanto all’altro. O all’altra, dato che al fronte non mancano soldatesse operative. “Perchè invece di lanciare il mio disco / salire sui palcoscenici / sono andato a mettermi in divisa“ si chiede No’am nella canzone; ma non lasciamoci confondere dalla domanda… No’am stesso da la risposta nella canzone stessa. Non troviamo qui, infatti, i dubbi di un soldato spedito al fronte suo malgrado: No’am non è il Claude Bukowsky del mitico musical e film “Hair”, che va ad arruolarsi per trovare una propria collocazione nella vita, nè è l’hippie pacifista Berger che per un errore viene spedito al posto di Claude a morire in Vietnam. No’am Tzurieli è un artista, predilige vita, musica e amore, ma è ben consapevole che -quando è necessario, per difendere se stessi e chi ci è caro- bisogna mettersi una divisa e combattere Talvolta anche divenendo eroi, proprio malgrado. Ma divisa o eroismo -per No’am e per migliaia come lui- non corrispondono a una tracotante retorica, a insensibilità o a un militarismo per se stesso: il rapper trentenne sa bene che la divisa è un’ineluttabile necessità e che l’eventuale eroismo si paga a caro prezzo: quello della vita di compagni che sono come -e più di- fratelli. No’am sa che sarà difficile guarire dalla loro perdita e -di fronte al rischio di spaccature all’interno del paese, come quelle che hanno preceduto il 7/10- ci dice che i suoi compagni, che han perso la vita, ci ordinano di essere amare ed esser degni del loro sacrificio. TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Sto li al confine, ho sussurrato a Shaike (1): “Io entro”. Shaike risponda: "Entriamo". Mi fido di me stesso, di quello accanto a me, della mia squadra (2) Mi fido dei miracoli. Punta (3) in avanti la luna è la fuori, anch’essa un po' tesa… Beh… che altro ti aspetti? Mica ogni notte una nazione sanguina Mica ogni giorno si inizia una guerra. [Voce distorta da radiotrasmittente, fuori campo]: “Ho iniziato a muovermi”. Preparo in canna il primo colpo. Proteggo le spalle a quello di fronte. Sento la voce di sua moglie che chiede: "No’am, fa' attenzione a mio marito". -Lo conosce bene, è un po' fottuto di cervello (4), prova sempre a far l'eroe- “I bambini han chiesto di nuovo: ‘Dov'è papà?’ Assicurati bene che papà ritorni…” Come si fa ad assicurarsi bene? E per quanti giorni solo mamma metterà a letto i bambini? E perchè invece di lanciare il mio disco, salire sui palcoscenici (5) sono andato a mettermi in divisa (5) In colonna a scalare. (6) ‘Sti figli di puttana ci hanno di nuovo rovinato la festa (7) Ci siamo giurati l'un l'altro: “Di questa squadra qua, non ne deve essere ammazzato neanche uno!”. [Voce distorta fuori campo]: E questo è solo un altro giorno a Gaza Quindi mi abituo Al fatto che non è chiaro se ritorneremo (a casa) Un altro giorno a Gaza (8.) quindi la squadra non si ferma (8.) E allora prego Che D-o ci aiuti Una cosa è certa: che il buio ha paura della luce Prima notte - notte in bianco Seconda notte - abbiamo dormito un'ora Terza notte - verrà chiamata “La notte del Sagger” (9) Madar (10) pensa di esser tornato alla Seconda Libano (11) Il primo scontro a fuoco, (arriva) il giorno dopo Eyni (10) di notte ha individuato delle ombre (sospette) Un carro armato che arriva fa a pezzi tutto il piano (dell’edificio sospetto) e a noi ci ha regalato (12) un po’ di fosforo nei polmoni. E ancora una sporca individuazione, e ancora un “il piano è pulito!” (13) E non c'è equipaggiamento adatto nell’arsenale per controllare il mio cuore e ce ne sarebbe da controllare, dottore, vieni e ascoltami (14) il Sette di Ottobre (14) il cuore mi si è rotto a un livello che è difficile rimettere a posto Due mesi dopo è esploso di nuovo non ero preparato e (arriva) un dolore che manco il Diavolo… “La squadra di Benda (10) è saltata per aria su un ordigno nascosto”. [Voce distorta fuori campo]: E questo è solo un altro giorno a Gaza Quindi mi abituo Al fatto che non è chiaro se ritorneremo (a casa) Un altro giorno a Gaza (8) quindi la squadra non si ferma (8) E allora prego Che D-o ci aiuti Una cosa è certa: che il buio ha paura… …il buio ha paura della luce (x2) [Voce lontana]: Il buio ha paura della luce 6 Ottobre: non sono altro che un rapper che a stento va a fare i miluìm (15) Due giorni dopo sono invece qui con amici (16) che mi accompagneranno per tutta la vita. Han preparato il sacco han lasciato tutto tutti a proteggersi, a “coprire” l’uno con l’altro. Ho detto “tutti” perchè la dall’alto anche Eyàl e Gal (1) proteggono il battaglione. 6 Ottobre: (siamo) la squadra di Eyni (10) e ci incontriamo essenzialmente alle (reciproche) feste. Oggi -se uno me lo chiedesse- gli donerei come minimo tutti e due i reni. (15) Cento giorni settanta combattenti che seguono Gavra (1) e Malachì (1) Un mese e mezzo a Gaza han trasformato ognuno e ognuno e ognuno in un mio fratello. 6 d’Ottobre è il mio popolo che si lacera da dentro abbiam scelto lati (diversi) in cui schierarsi ci siam chiamati (l’un l’altro) “Traditori” (ma) il giorno dopo hanno iniziato a bruciare ebrei e non hanno chiesto loro “avavi manifestato bloccando Kaplan?” (17) non hanno chiesto “per chi avevi votato?” Ogni anima salita in cielo con la sua morte ci ha ordinato “Moltiplicate amore Meritatevelo Siatene degni Non questa settimana Non quest’anno Per tutta la vita” [In merito all’immagine finale del videoclip: In brevi momenti nel corso del clip si vedono i commilitoni di No’am scrivere con un pennarello qualcosa sul cemento. Compongono la scritta che appare nell’ultima inquadratura. Questa dice: “Siate degni”, uno degli ultimi versi -e il principale messaggio- della canzone. La scritta è composta da nomi di ragazzi e ragazze caduti nel conflitto ad oggi, giorno 189 di guerra e prigionia degli ostaggi. ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Nome o nomignolo di persona, maschile. Commilitone dell’autore No’am Tzurieli. (2) Qui -e nel corso di tutta la canzone- per “squadra” si intende il plotone cui appartiene l’autore. In ebraico “Tzèvet” (team, equipe); ove, se si fosse trattato di una squadra di uno sport, in ebraico sarebbe stato usato il termine “Kvutzàh”. (3) In ebraico “Chòd”. La parola significa punta, come ad es. nel caso della punta di una freccia. Il termine Chòd, tuttavia, indica anche quella categoria di soldato appartenente ad un corpo operante in territorio nemico, maggiormente esposto al rischio di perder la vita. (4) In ebraico “Uhu tipà dafùk”, letteralmente: “È un goccio fottuto (di cervello)”. (5) Qui l’autore fa un piccolo gioco di parole introno al verbo ebraico La’alòt” (salire) e il suo significato in due espressioni diverse. La prima “la’alòt ‘al bamòt” (salire sui palcoscenici) e la seconda “la’alot ‘al madìm” (lett.: salire sulla divisa) è espressione colloquiale per dire “indossare velocemente la divisa”. (6) Formazione di avanzamento durante il combattimento in area urbana. (7) Il 7/10/24 era Sabato, giorno festivo, e, quell’anno, cadeva nello stesso giorno l’allegra e importante festa ebraica “Simchàt Toràh” (Allegria della Toràh). (8) Qui, con il suono delle parole, l’autore fa un velato gioco. Il verso, in ebraico, recita “ ‘Od yom Be’Aza az HaTzèvet lo olech la’atzor” (Un altro giorno a Gaza quindi la squadra non si ferma) ove il gioco consiste nell’unione di due termini “…Be’Aza-az-HaTzevet…” (…a Gaza-quindi-la-squadra…), ove le parole ‘Aza (Gaza) e Az Ha (quindi la) hanno un suono simile, am un significato diverso (e in ebraico le due vocali “a” sono scritte diversamente). (9) Sagger: missile anticarro di fabbricazione sovietica. (10) Cognome di persona. Commilitone dell’autore No’am Tzurieli. (11) Si riferisce “alla Seconda Guerra del Libano” (Estate 2006). (12) In ebraico “VeOtanu pinèk ‘im…” (letteralmente “ci ha coccolato con…). (13) In ebraico “HaKomà nekiah” (il piano è pulito), commento gridato dalla forza che avanza a quella che segue, nel corso dell’avanzamento all’interno di un edificio nel corso di un combattimento urbano porta a porta. (14) Anche qui, con il suono delle parole, l’autore fa un velato gioco. Il verso, in ebraico, recita “ Bo takshìv, Shiv’àh BeOktober…” (Vieni qua, ascolta il Sette Ottobre…) ove il gioco consiste nell’unione di due termini “…takshìv…” (…ascolta…), e la parola “Shiv’àh” (Sette, nel contesto della data ricordata). (15) Miluìm, il servizio militare di riserva, cui vengono richiamati -o a cui vanno volontari- la maggior parte dei civili dopo aver servito nel periodo di leva. In merito all’esercito israeliano, (Tzaha”l) -che è un Esercito Popolare- e in merito al senso di coesione e responsabiltà reciproca che il giovane rapper tenta di trasmettere attraverso questo brano, è qui utile riportare parte di quanto già scritto nell’Introduzione ad un’altra canzone del Progetto 710 (Lo Tenazchù Otì, di Nomi Shèmer, eseguita dal cantante Yoràm Gaòn): “ (…) Tzaha”l non è semplicemente un esercito popolare, basato sul coinvolgimento attivo di civili, di ogni etnia, periodicamente richiamati a Miluìm, il Servizio delle Riserve. Tzaha”l, in conseguenza del suo ruolo di crogiuolo socioeconomico ed etnico, è una componente centrale del tessuto della società israeliana; sia in termini concreti, sia emozionali. (…) in Israele, sin dalla nascita dello Stato, le ragazze sono richiamate al servizio militare anche in ruoli altamente operativi. (…) Tuttavia, nonostante questa centralità dell’esercito nel tessuto sociale dello Stato, Israele -a dispetto dell’immagine trasmessa dai media esteri- non è un paese militarista in se. Non è cioè basato su valenze e metodi che, altrove, caratterizzano l’esperienza e l’approccio di vita militare; nè certamente rispetta il rigido e cieco senso di gerarchia tipico degli eserciti tradizionali. Israele, avendo necessariamente bisogno di una buona capacità militare, per sopravvivere in una regione da sempre ostile alla sua presenza, ha optato per una combinazione di esercito che svolge anche funzioni sociali e formative, unite ad un carattere altamente tecnologico la cui sofisticata capacità di Ricerca e Sviluppo contribuisce all’economia del Paese. “ (16) Nel testo ebraico “Chevre” colloquiale, talvolta affettuoso, per “chaverìm” (amici, compagni). (17) Kaplan. Si riferisce a “Tzomet Kaplan”, un incrocio a Tel Aviv, tra i principali luoghi dei cortei e delle manifestazioni più estremiste della c.d. Mechahàh, l’ampia protesta popolare che ha marcato in modo significativo il 2023 sino al 6/10/23. Scopo della c.d. Mechahàh è -a tuttora- l’arresto di misure legislative intraprese nel Gennaio 2023 dal 37mo Governo Israeliano, con PM Benyamin Netanyahu, considerate, da parte significativa della popolazione israeliana, occasione di una deriva antidemocratica. La Mechahàh, fenomeno semispontaneo di mobilitazione civile, senza precedenti nella storia dello Stato d’Israele per dimensioni e intensità, così come la critica nei confronti della Mechahàh stessa, si sono rivelate soprattutto come fenomeni di espressione di numerose tensioni e rivendicazioni accumulate per anni da diverse categorie sociali, politiche o etniche più o meno opposte tra loro: laici, religiosi, c.d. destra, c.d. sinistra, ebrei di provenienze diverse e altre. “Tzomet Kaplan” è divenuto metafora di una frangia della Mechahah particolarmente aggressiva, caratterizzata tra le altre da un laicismo che rasenta una virulenta antireligiosità. Il 7/10 tutte l’attività di protesta si è spontaneamente bloccata di colpo per diversi mesi, per non interferire con la reazione necessaria di fronte all’attacco subito da Israele. Parte delle numerose organizzazioni di protesta hanno sfruttato le proprie reti di contatto e capacità logistiche per trasformarsi -nel giro di poche ore- in efficaci reti di supporto ai soldati, ai civili e agli sfollati. Questa organizzazione di carattere civile si è rivelata necessaria (e particolarmente utile) alla luce di grandi incapacità organizzative -a diversi livelli- dimostrate dalle istituzioni dello Stato. Parte dei leader delle manifestazioni -e parte dei manifestanti stessi- sono state richiamate d’urgenza all’esercito (Miluìm) o è accorsa volontariamente alla propria unità. La protesta è gradualmente ritornata nelle piazze a partire da Gennaio del 2024. Questa volta però con due obiettivi diversi dal periodo precedente il 7/10: 1) Sensibilizzazione circa il dramma degli ostaggi prigionieri a Gaza (e richiesta al Gabinetto di Guerra di una quanto maggiore flessibilità nel corso di eventuali trattative per la liberazione degli ostaggi stessi); 2) Richiesta di elezioni anticipate.
- ACCORDO OSTAGGI (2). A FAVORE: TACHZÒR TACHZÒR (Ritorna ritorna)
2 POST, 2 CANZONI il cui accostamento rappresenta due opposte posizioni in merito a un tragico dilemma: in che modo ottenere la liberazione dei c.d. Chatufìm, degli Ostaggi? A partire da quel maledetto 7/10, un lacerante dibattito ha ferito la società israeliana in merito all’eventuale possibilità di ottenere la liberazione dei Chatufìm (rapiti) tenuti in ostaggio a Gaza da Hamàs per vie negoziali e a caro prezzo. Link al post NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) che presenta la posizione opposta. Post 2, "a favore": TACHZÒR TACHZÒR (Ritorna ritorna) AUTORI ORIGINALI : Yuvàl Banai e il complesso Mashina. NUOVO ARRANGIAMENTO : Gute Gute, Maya Abraham, Dani Kushmaro. STILE: Killing you Softly CATEGORIE: Hostages | Rabbia e Confusione | Remakes | USCITA: 10/12/2023, giorno 64 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/l5zPh1nQU3k?si=hAffNtCbP8nokJDP LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/6FoJwtCTIcubwb4leBgwZV?si=79d19771585e4142 INTRODUZIONE ai due post: ———————————— Un lacerante dibattito: Chatufìm (rapiti) è il termine ebraico utilizzato in Israele per indicare 253 persone -uomini, donne, bambini, anziani, ebrei e non ebrei, israeliani e non- che il 7/10/2023 sono state rapite da terroristi palestinesi e tenute in ostaggio a Gaza da quella data. Una parte dei 253 è stata in seguito riscattata; una parte uccisa. Nel corso dei mesi sono emerse testimonianze e prove indicanti condizioni di prigionia durissime, torture e violenze sessuali a danno degli ostaggi. Il numero degli stessi rimasti in vita è andato inoltre gradualmente riducendosi. Il lacerante dibattito in merito ai negoziati, ha purtroppo subito una crescente politicizzazione. Settori diversi, governativi e antigovernativi, hanno trasformato (anche) l’argomento “Ostaggi” in arena di scontro tra parti. Manifestazioni di piazza contrarie alla liberazione degli ostaggi attraverso vie negoziali disponibili al pagamento di cari prezzi di ordine tattico, si sono contrapposte a manifestazioni favorevoli a priori a qualsiasi tipo di negoziato e alla conclusione di un accordo a qualsiasi prezzo. Il dibattito si è spesso trasformato in litigio pilotato, in canale di sfogo dei contrasti tra parti e visioni politiche non necessariamente o direttamente connesse con l’oggetto stesso del dibattito. Al contempo, le famiglie degli ostaggi prigionieri si sono organizzate in gruppi diversi, per promuovere -o meno- la liberazione dei propri cari attraverso tattiche, azioni, argomentazioni e messaggi di tipo diverso. Le famiglie dei Chatufìm hanno ricevuto il supporto da parte di settori del pubblico e da organizzazioni che, a loro volta, si identificano con le rispettive diverse posizioni in merito alla natura delle trattative, dei rischi da affrontare e degli eventuali prezzi da pagare. Il contrasto tra visioni diverse in merito alle trattative con terroristi e al prezzo dovuto per la liberazione di uno o più ostaggi non è una novità. La società israeliana ha dovuto più volte affrontare queste situazioni in passato, ma mai in ordini di grandezza e complessità come quelli emersi dopo 7/10/23, nè sotto la pressione causata da combattimenti ancora in corso. L’oggetto principale di contrasto è sempre il prezzo -tattico e morale, non pecuniario- richiesto dai terroristi per la liberazione dell’ostaggio. Questo comprende sempre: a) la liberazione -in numero ampiamente non proporzionato- di terroristi in carcere in Israele; b) la scelta di quali terroristi liberare, ovvero i motivi -o l’efferatezza dei delitti- che hanno condotto il terrorista in carcere; c) le conseguenze -a breve e lungo termine- di tale liberazione. Non è certo questa la sede per approfondire questo complesso e doloroso argomento. Il Progetto 710 vuole sottolineare però che -all’interno della società israeliana- non vi è assolutamente un’uniformità di opinioni in merito alla strada da percorrere. È tuttavia importante sottolineare che questa mancanza di uniformità non necessariamente indica qualità diverse di partecipazione al dolore degli ostaggi e alla straziante situazione delle loro famiglie. Sicuramente, inoltre, la diversità di posizioni non rappresenta in alcun modo una mancanza di autoidentificazione nell’ostaggio e/o nel suo famigliare: questo perchè, ognuno in Israele sa bene che egli stesso avrebbe potuto -e potrebbe- trovarsi nella stessa tragica situazione. Infatti, come dimostrato dalla realtà dei fatti, Hamàs nel suo uccidere e prendere in ostaggio non ha fatto nessuna distinzione tra ebrei, mussulmani, cristiani, drusi, arabi, laici, religiosi, persone con questa o quell’altra posizione politica, cittadini israeliani o di stati esteri. Un brano “CONTRO”: NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) dichiara in modo esplicito il rifiuto di liberare terroristi per ottenere il rilascio di ostaggi. Link al post NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) che presenta la posizione opposta. TACHZÒR TACHZÒR (Ritorna ritorna) AUTORI ORIGINALI : Yuvàl Banai e il complesso Mashina. NUOVO ARRANGIAMENTO : Gute Gute, Maya Abraham, Dani Kushmaro. STILE: Killing you Softly | CATEGORIE: Hostages | Rabbia e Confusione | Remakes | USCITA: 10/12/2023, giorno 64 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/l5zPh1nQU3k?si=hAffNtCbP8nokJDP LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/6FoJwtCTIcubwb4leBgwZV?si=79d19771585e4142 INTRODUZIONE: ———————————— Un nuovo splendido arrangiamento di una canzone simbolo della fine di un decennio di illusioni di pace deluse: gli anni ’90, gli anni degli Accordi di Oslo e dell’assassinio di Rabin. Anni di preludio della c.d. Seconda Intifada. “Qualcosa nella mia vita sta per cambiare…” Il brano “Tachzòr, Tachzòr” (Ritorna, Ritorna) esce nel 1995, scritta e cantata da Yuvàl Banai, leader dei Mashina, una delle band israeliane di maggior successo di tutti i tempi. La canzone comunica la nostalgia per chi è lontano, sintetizza il disagio di determinati periodi storici ed esprime confusione e rancore di fronte ad eventi sui quali non si ha controllo. Nel 1995, poco dopo l’uscita di questo brano, il gruppo Mashina abbandona le scene, dopo un decennio di meritato travolgente successo. Pochi anni dopo anche le illusioni di pace di una generazione abbandonano la scena: si concludono infatti gli anni ’90, gli anni degli Accordi di Oslo, di speranze di una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. Tachzòr Tachzòr accompagna la fine di queste speranze, che tramontano poi in modo definitivo e tragico nel Settembre 2000, con il crollo delle trattative tra Arafat e il PM Ehùd Barak a Camp David e lo scoppio della sanguinosa Seconda Intifada. Passano quasi trent’anni, Israele subisce il trauma dell’aggressione del 7/10 e -con essa- inizia anche la tragedia dei Chatufìm, degli Ostaggi prigionieri a Gaza. Nell’ambito del sostegno alla lotta civile per la loro liberazione, anche questa canzone viene rinnovata dalla cantante Maya Abraham e il gruppo gerosolimitano Gute Gute. Viene elaborato un nuovo arrangiamento musicale. Non viene invece toccato il testo originale. Questo offre infatti atmosfere, metafore e suggerimenti sufficientemente ampi da poter essere riletti in modo riportabile alla tragica situazione dei mesi che seguono il 7/10/2023. Sono uscite numerose canzoni legate in misura diversa alla tragedia degli Ostaggi. Presentando il lacerante dibattito intorno ai negoziati per la liberazione degli Ostaggi, il Progetto 710 ha scelto questo specifico brano per le sue qualità musicali e poetiche, ma soprattutto per le immagini del videoclip che accompagna il nuovo arrangiamento della canzone. Queste, infatti, mostrano in modo toccante le masse di pubblico che per mesi manifesta instancabile a favore di una soluzione negoziale per la liberazione degli Ostaggi disposta a qualsiasi prezzo. Alle immagini dei manifestanti sono intercalate immagini legate alla strage del 7/10 e al tragico Festival Nova. La seconda metà del brano contiene un testo narrato da una calda voce maschile. Si tratta di un collage di flash, di frasi estrapolate dal proprio contesto originale. (1). Come durante uno zapping tra canali radio diversi le frasi suscitano associazioni mentali, presentate con un tono che ricorda quello di un notiziario. Nel brano originale del 1995, la lettura del narrato fu affidata a Yossi Banai. Banai (1936-2006) padre di Yuval, l’autore della canzone, è stato un attore e cantante di grande talento e meritato grande successo. Nel nuovo arrangiamento 2023, la lettura è stata affidata a Dani Kushmaro, uno degli anchorman israeliani più conosciuti e apprezzati dal pubblico. Nel videoclip Dani figura brevemente nelle immagini che accompagnano il narrato all’interno della canzone. Alla nota (5) in calce, link alla versione originale del brano, cantata dai Mashina. TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Ritorna, ritorna, sostienimi (2) Quando, quando amerò? Forse, forse, son completamente trascinato (3) Sogno, sogno vattene ora È scritto nei libri nelle poesie nelle mappe delle stelle quel che tutti cercano la felicità si augurano E il destino ha un color buio nel suo interno profondo Non piangere sorellina non è semplice lo capisci. Lo capisci. Domani, domani (è) un altro giorno Aria, aria sono emozionato Ritorna, ritorna, sostienimi (2) Forse, forse amerò È scritto nei libri nelle poesie nelle mappe delle stelle quel che tutti cercano la felicità si augurano E il destino ha un color buio nel suo interno profondo Non piangere sorellina non è semplice lo capisci. [ NARRATO, voce maschile]: (1) Era un giorno nuvoloso, freddo e la (sua) squadra aveva perso la partita “Si trattava di un folle” (4) disse un politico navigato “Sono rimaste uccise diecine di persone” concluse lo speaker della televisione “Diecine di persone…” (4) Speriamo che tutto rimanga tranquillo Una donna molto bella Chiudo con un pulsante Con una freccia nel cuore inizia la nera notte Non riesco a smetter di muovermi anche quando la musica è finita Qualcosa nella mia vita sta per cambiare… Sopra le luci al neon sopra la città in cemento vedo un angelo e mi dice: “Prenditi gli anni ’90” Qualcosa nella mia vita sta per cambiare… ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Parte del testo del narrato proviene dalla parole di un’altra canzone, che nel 1994 diede il nome all’ultimo album dei Mashina “Lehitraòt ne’urim, shalom ahavà” (Arrivederci giovinezza, salve amore). Nello stesso album uscì anche la versione originale di Tachzòr, Tachzòr; v. Nota (5) (2) In ebraico, letteralmente: “Ten li gàv” (dammi la schiena). (3) In ebraico, letteralmente: “Anì nignàv” (sono rubato) espressione colloquiale che significa anche “sono entusiasta”. Tuttavia il significato letterale è “sono rubato”e quindi anche “rapito”; da cui un doppio senso nei significati che può facilmente associarsi agli Ostaggi. ( 4) Le due frasi si riferiscono alla strage di fedeli mussulmani compiuta dal medico ebreo Barukh Goldstein nella città di Chevròn nel Febbraio 1994, poco tempo prima la pubblicazione dell’album di cui alla nota (1). (5) La versione originale del brano, cantata dai Mashina.
- ACCORDO OSTAGGI (1). CONTRO: NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue)
2 POST, 2 CANZONI il cui accostamento rappresenta due opposte posizioni in merito a un tragico dilemma: in che modo ottenere la liberazione dei c.d. Chatufìm, degli Ostaggi? A partire da quel maledetto 7/10, un lacerante dibattito ha ferito la società israeliana in merito all’eventuale possibilità di ottenere la liberazione dei Chatufìm (rapiti) tenuti in ostaggio a Gaza da Hamàs per vie negoziali e a caro prezzo. Link al post TACHZÒR TACHZÒR (Ritorna ritorna) che presenta la posizione opposta. Post 1, "contro: NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) AUTORE : Benyamin Luria, su testo del testamento di Elkanà Wiesel z”l (1) STILE: Killing you Softly CATEGORIE: Hostages | Rabbia e Confusione | Patriottismo e Propaganda | USCITA: 221/02/2024, giorno 137 di guerra e prigionia degli ostaggi e trentesimo dalla morte (2) di Elkanà Wiesel. LINK al brano: https://youtu.be/76f2w6VM3WU?si=yISypMFchFNe5prR LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/3NruPEAh9YUTNW0SygZfHm?si=f8f7fecb77d54099 INTRODUZIONE ai due post: ———————————— Un lacerante dibattito: Chatufìm (rapiti) è il termine ebraico utilizzato in Israele per indicare 253 persone -uomini, donne, bambini, anziani, ebrei e non ebrei, israeliani e non- che il 7/10/2023 sono state rapite da terroristi palestinesi e tenute in ostaggio a Gaza da quella data. Una parte dei 253 è stata in seguito riscattata; una parte uccisa. Nel corso dei mesi sono emerse testimonianze e prove indicanti condizioni di prigionia durissime, torture e violenze sessuali a danno degli ostaggi. Il numero degli stessi rimasti in vita è andato inoltre gradualmente riducendosi. Il lacerante dibattito in merito ai negoziati, ha purtroppo subito una crescente politicizzazione. Settori diversi, governativi e antigovernativi, hanno trasformato (anche) l’argomento “Ostaggi” in arena di scontro tra parti. Manifestazioni di piazza contrarie alla liberazione degli ostaggi attraverso vie negoziali disponibili al pagamento di cari prezzi di ordine tattico, si sono contrapposte a manifestazioni favorevoli a priori a qualsiasi tipo di negoziato e alla conclusione di un accordo a qualsiasi prezzo. Il dibattito si è spesso trasformato in litigio pilotato, in canale di sfogo dei contrasti tra parti e visioni politiche non necessariamente o direttamente connesse con l’oggetto stesso del dibattito. Al contempo, le famiglie degli ostaggi prigionieri si sono organizzate in gruppi diversi, per promuovere -o meno- la liberazione dei propri cari attraverso tattiche, azioni, argomentazioni e messaggi di tipo diverso. Le famiglie dei Chatufìm hanno ricevuto il supporto da parte di settori del pubblico e da organizzazioni che, a loro volta, si identificano con le rispettive diverse posizioni in merito alla natura delle trattative, dei rischi da affrontare e degli eventuali prezzi da pagare. Il contrasto tra visioni diverse in merito alle trattative con terroristi e al prezzo dovuto per la liberazione di uno o più ostaggi non è una novità. La società israeliana ha dovuto più volte affrontare queste situazioni in passato, ma mai in ordini di grandezza e complessità come quelli emersi dopo 7/10/23, nè sotto la pressione causata da combattimenti ancora in corso. L’oggetto principale di contrasto è sempre il prezzo -tattico e morale, non pecuniario- richiesto dai terroristi per la liberazione dell’ostaggio. Questo comprende sempre: a) la liberazione -in numero ampiamente non proporzionato- di terroristi in carcere in Israele; b) la scelta di quali terroristi liberare, ovvero i motivi -o l’efferatezza dei delitti- che hanno condotto il terrorista in carcere; c) le conseguenze -a breve e lungo termine- di tale liberazione. Non è certo questa la sede per approfondire questo complesso e doloroso argomento. Il Progetto 710 vuole sottolineare però che -all’interno della società israeliana- non vi è assolutamente un’uniformità di opinioni in merito alla strada da percorrere. È tuttavia importante sottolineare che questa mancanza di uniformità non necessariamente indica qualità diverse di partecipazione al dolore degli ostaggi e alla straziante situazione delle loro famiglie. Sicuramente, inoltre, la diversità di posizioni non rappresenta in alcun modo una mancanza di autoidentificazione nell’ostaggio e/o nel suo famigliare: questo perchè, ognuno in Israele sa bene che egli stesso avrebbe potuto -e potrebbe- trovarsi nella stessa tragica situazione. Infatti, come dimostrato dalla realtà dei fatti, Hamàs nel suo uccidere e prendere in ostaggio non ha fatto nessuna distinzione tra ebrei, mussulmani, cristiani, drusi, arabi, laici, religiosi, persone con questa o quell’altra posizione politica, cittadini israeliani o di stati esteri. Un brano “CONTRO”: NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) dichiara in modo esplicito il rifiuto di liberare terroristi per ottenere il rilascio di ostaggi. Link al post TACHZÒR TACHZÒR (Ritorna ritorna) che presenta la posizione opposta. NITZACHTI BEDAMÌ (Ho vinto col mio sangue) AUTORE : Benyamin Luria, su testo del testamento di Elkanà Wiesel z”l (1) STILE: Killing you Softly | CATEGORIE: Hostages | Rabbia e Confusione | Patriottismo e Propaganda | USCITA: 221/02/2024, giorno 137 di guerra e prigionia degli ostaggi e trentesimo dalla morte (2) di Elkanà Wiesel. LINK al brano: https://youtu.be/76f2w6VM3WU?si=yISypMFchFNe5prR LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/3NruPEAh9YUTNW0SygZfHm?si=f8f7fecb77d54099 INTRODUZIONE: ———————————— In questo brano il cantautore Benyamin Luria ha messo in musica un messaggio lasciato da Elkanà Wiesel z”l (1), ritrovato dopo la sua morte avvenuta in servizio a Gaza il 22/01/2024 Caduto a 35 anni, Elkanà ha lasciato moglie, quattro figli, genitori e fratelli. Le parole del ritornello nel testo del brano sono prese dal Cantico dei Cantici. È normale far testamento a vent’anni? No, non è normale nè dovrebbe esserlo, ma dal 7/10 è divenuto usuale -quasi un trend- tra le migliaia di giovani israeliani di leva, o richiamati -o volontari- in servizio di riserva. Negli zaini, nei cellulari, in messaggi WhatsApp di tanti -troppi- giovani uccisi sono stati ritrovati veri e propri testamenti. Questi non riguardano le poche proprietà materiali di chi li ha scritti. Sono testamenti in cui il giovane sceglie di lasciare un proprio messaggio che si può ritrovare in caso di morte. Un ultimo messaggio personale -spesso di carattere morale- indirizzato alla famiglia e agli amici; talvolta alla società intera. Sia la scrittura di questi testi, sia il loro eventuale ritrovamento, rappresentano due momenti opposti ma nella stessa misura devastanti. In genere, in questi testamenti emergono maturità e -al contempo- ingenuità giovanili, accompagnate da quella particolare voglia di vita di chi sa che -realisticamente- potrebbe esser molto vicino alla morte. In ogni testo -ognuno a modo proprio e a seconda del background personale di chi scrive- emergono sempre marcati tratti di generosità, di consapevolezza etica, di senso di responsabilità e il senso di appartenenza a un destino comune. Alcuni degli scriventi hanno gli strumenti e le capacità per declinare questi elementi con parole originali; alcuni si rifanno a schemi e slogan un po’ consumati. In tutti -comunque- emerge sempre una marcata consapevolezza di se. Poco importa se questa è espressa con l’enfasi, con il senso di romanticismo e idealismo caratteristici della giovinezza, o se sono enunciati attraverso l’uso di slogan riciclati. Si tratta comunque di una consapevolezza di se genuina -talvolta anche di legittima paura- che emerge di fronte ad un vero e tangibile rischio personale. Inoltre, anche ove si tratti di slogan riciclati e banali (e non è affatto sempre così…) questi hanno delle incontestabili credenziali: non sono infatti gli slogan gridati durante un corteo, espressione di appartenenza ad un gruppo che -intorno- trasmette un senso di protezione; nè sono luoghi comuni sciorinati -con falso impegno- durante una manifestazione tenuta nell’ambito protetto e viziato di un’Università. Sono infatti scritti in un momento di concreta presa di responsabilità personale; di esposizione personale ad un vero pericolo. Per questi giovani, infatti, la consapevolezza di se, la coscienza della morte e della perdita non sono qualcosa che arriva dal cielo: sono ribadite dal continuo e inevitabile incontro che in Israele si ha con la perdita improvvisa e traumatica di persone vicine; vuoi che siano commilitoni con i quali si è rischiata la vita, o siano persone care, figli, genitori, parenti, amici, colleghi, vicini di casa. In Israele, infatti, il nome di una vittima o di un caduto, udito alla radio o letto in internet, non rimane a lungo un nome qualsiasi. In una società così piccola -e a suo modo coesa- anche quando la vittima o il caduto non sono direttamente conosciuti, si viene a sapere in brevissimo tempo che si tratta de “il parente di…”, “l’amico di…”, “il collega di lavoro di…” etc. In questo modo un nome prima sconosciuto assume un’identità definita e concreta. Con intensità diverse si stabilisce un legame con quel nome sino a poco prima sconosciuto. Un legame vicino o lontano; comunque irreversibile in termini di consapevolezza ed emozione. Molti testamenti hanno ispirato canzoni, o ne sono divenuti il testo stesso come nel caso di Nitzachti BeDamì (Ho vinto col mio sangue). TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Se state leggendo questo, vuol dire che non sono ritornato. Non ho rimorsi in merito, son contento di aver combattuto. Se sono prigioniero, o se mi hanno rapito, non fate nessun accordo. Non per questo mi sono sacrificato. Non liberate nessun terrorista per riscattarmi. La vittoria è più importante, (e io) ho vinto col mio sangue. Fratelli miei, non so cosa farei per i figli del mio popolo Ho dato tutte le mie forze, ho dato me stesso. “Il mio amico è sceso nel suo giardino, a pascolare nei giardini e raccogliere le rose” (3). Forse son caduto in battaglia, quando un soldato cade (normalmente) si piange… Io chiedo invece soltanto che siate sempre felici Quando ci si separa… non separatavi da me in modo triste Cantate con gioia, mantenetevi uniti sostenetevi l’un l’altro, unite le mani… Seminate nei cuori la speranza, (la) speranza nel Cielo… Vi è così tanto di cui esser felici (così tanto) di cui andar fieri Siamo la generazione della Redenzione la fine di tutte le generazioni. “Il mio amico è sceso nel suo giardino, a pascolare nei giardini e raccogliere le rose” (3) Adesso è il momento di scrivere la storia del (nostro) popolo Israel (4) (è) virtù, anima del mondo intero Per favore, siate persone buone, vivete (appieno) la vita purezza, amore, disponibilità, vita da ebrei… Guardatevi reciprocamente dentro, nell’anima Perchè tutto quel che stiamo passando ogni respiro ne vale la pena… è tutto per l’eternità State insieme… e amate siete fratelli. “Il mio amico è sceso nel suo giardino, a pascolare nei giardini e raccogliere le rose” (3) [In sovraimpressione sullo schermo: “Basato su una lettera scritta da Elkanà Wiesel Hi”d (5) La canzone è in suo ricordo “ (6) ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Z”L: acronimo dell’espressione “Zichronò Livrachà” (il suo ricordo sia di benedizione). Si pronuncia: “zàl”. È d’uso aggiungere questo acronimo dopo il nome di una persona defunta. (2) Il “trentesimo dalla morte” è lo scadere di una delle fasi del lutto da tenersi dopo la morte di una persona. Per maggiori informazioni circa le fasi del lutto secondo l’ebraismo, si veda anche la nota (8) alla traduzione del brano “Ma Avarèkh”, parrte del Progetto 710. (3) v. Cantico dei Cantici 6:2. (4) Nella lingua e tradizione ebraica il termine “Israel” definisce sia il Popolo Ebraico, sia la specifica entità statuale oggi chiamata “Israel, Israele”, ovvero lo Stato d’Israele fondato nel 1948. (5) Hi”d: acronimo dell’espressione “Hashèm Inkòm Damò” (Il Signore ne vendichi il sangue). È d’uso aggiungere questo acronimo dopo il nome di una persona uccisa “ ‘Al Kiddush Hashèm” (Per la santificazione del sacro Nome). A differenza dell’acronimo z”l, di natura simile come descritto nella precedente Nota (1), questo acronimo è funzionale solo alla scrittura, ovvero: le tre lettere non vengono pronunciate come fossero una parola a se, bensì -parlando- viene declinata la formula per intero, “Hashèm Inkòm Damò”. Nella lingua e nella tradizione ebraica quando si indica che un ebreo è morto “ ‘Al Kiddush Hashèm” si intende che la persona è stata uccisa per un solo motivo: il fatto stesso di essere ebreo. Vittima quindi di una propria identità che non vuole rinnegare o della quale non può -anche se volesse- scrollarsi. Quindi come nel caso delle vittime di persecuzioni antisemite nei secoli, della Shoah, di attentati sferrati in modo specifico a ebrei o anche -come nel caso di Elkanà- di chi muore sacrifcando se stesso in difesa del Popolo Ebraico. (6) In ebraico, alla lettera: “HaShìr Mukdàsh Le’ilùi Nishmatò” (La canzone è dedicata all’elevazione della sua anima). Questa espressione si usa dedicando ad un defunto una canzone, un testo, un evento di studio, etc.
- ANÀCHNU LO TZRIKHÌM (Non abbiam bisogno di nient’altro)
Sin dal 1970, un brano che -con arrangiamenti diversi- ha espresso nostalgia per chi non è più e per chi è prigioniero. AUTORI : Testo: Avi Kòren. Musica: Shmuel Imberman. Canta: Shlomo Artzi. STILE: Killing you Softly o Adrenalinico (S), a seconda dell’arrangiamento | CATEGORIE: Shock, Lutto, Ansia | Hostages | Remakes | USCITA: 25/10/2023, giorno 18 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/RmtPlkDFD1A?si=VMVSrprzqmomTKdD LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/19k1UgvES33yFfdTcUgssY?si=7ed44eeb75c44e0c APPENDICI in CALCE: 1) Arrangiamenti diversi del brano + 2) Note e link riguardanti la canzone Gèshem Be'Itò INTRODUZIONE: ———————————— 18 giorni dopo quel maledetto 7/10/2023 Shlomo Artzi -tra le colonne portanti della musica popolare israeliana- ripropone un classico del suo repertorio: Anàchnu lo tzrichìm (Non abbiam bisogno di nient’altro). La canzone viene registrata in un’ambito apparentemente paradossale: durante una puntata di “Eretz Nehederet” (Un paese stupendo) uno dei più popolari e graffianti programmi di satira della Rete 12 della TV israeliana. (1) Artzi registra la canzone, accompagnato dalle star del programma, mentre su schermi posti sullo sfondo dello studio scorrono immagini che contestualizzano il testo della canzone: prevalentemente vedute del sud, con i caratteristici fiori rossi kalanyot (anemoni), paesaggi classici di una Israele agricola o soldati in situazioni diverse. Quest’ultimi sono stati arruolati -o sono accorsi volontariamente- dopo il traumatico attacco subito da Israele il 7/10/2023: sono per tutti oggetto di orgoglio ma soprattutto di preoccupazione. L’immagine tuttavia che più di tutte fornisce l’attuale chiave di lettura del brano arriva alla fine: il fitto tabellone di ritratti dei 253 ostaggi rapiti, prigionieri a Gaza dal 7/10. Questi compaiono in coincidenza con gli ultimi versi della canzone: “e fa si che possiamo rivederlo di nuovo a parte questo non abbiam bisogno di nient’altro”. Il brano Anàchnu lo Tzrichìm esce per la prima volta nel 1970, parte del primo LP inciso da Artzi. Pur divenendo negli anni autore di talento, all’inizio della propria carriera Shlomo canta soprattutto canzoni composte da altri, come in questo caso. Anàchnu lo Tzrichìm è nata infatti un paio di anni prima, quando il compositore Shmuel Imberman, che -improvvisamente immaginata la melodia del brano- propone al compositore e regista Avi Koren di scrivere un testo che si adatti a quella melodia, che quasi lo ossessionava. Koren, entusiasta, scrive -anch’egli di getto- un testo ispirato al ricordo di un suo carissimo amico: Elièzer Grunlander, caduto nel 1967 nel corso della Guerra dei Sei Giorni. Nel corso dei 54 anni successivi -sino alla versione qui proposta- la canzone mantiene sempre un ruolo di preghiera semi-laica per il ritorno possibile -o impossibile- di chi è forzatamente lontano. Infatti, oltre ad essere talvolta eseguita in cerimonie per caduti, il brano viene proposto durante campagne pee la liberazione di ostaggi precedenti a quella attuale: nel 2006 per Ehùd Goldwàsser e Eldàd Regev -rapiti e uccisi da Hezbollah in Libano- e di Gil’àd Shalìt, rapito da Chamàs nello stesso anno e rimasto prigioniero a Gaza nei diversi anni successivi.. Sino all’arrangiamento attuale, la canzone viene registrata da Shlomo Artzi in due altri principali versioni (qui riportati nei commenti di FB a corollario del post): quello originale del 1970 -più lento e delicato- e un’altro nel 1998, più ritmato ed energicamente drammatico. Quest’ultimo ha rilanciato la canzone ottenendo un successo di gran lunga maggiore dell’iniziale versione del 1970. L’arrangiamento dell’Ottobre 2023 -quello qui proposto come versione principale nell’ambito del Progetto 710- si colloca invece a metà tra i due precedenti, in termini di ritmo ed energie. Tuttavia è probabilmente il più toccante da un punto di vista di significati diretti. In uno dei Commenti di FB link a un videoclip della stessa versione, ma con immagini backstage prese nel corso della registrazione nello studio del programma TV “Eretz Nehederet”. SHLOMO ARTZI è nato nel 1949 in un piccolo kibbutz nella Valle d’Izreel, nel Nord d’Israele, da genitori immigrati in Romania sopravvissuti all’Olocausto (la madre ha anche attraversato l’internamento ad Auschwitz e ha perso il primo marito e un figlio). Nel 1956 la famiglia si trasferisce a Tel Aviv, dove Shlomo cresce e vive ancora oggi. La sorella Nava, nata nel 1954, diviene scrittrice, poetessa e commediografa di successo (Nava Semel) e si occupa principalmente di temi legati alla complesse esperienze emozionali della “Seconda Generazione”, ovvero dei figli dei sopravvissuti all’Olocausto. Per Shlomo, Nava rappresenta una delle migliori amiche e confidenti, sino alla sua morte piuttosto prematura avvenuta in seguito a una malattia nel 2017. Artzi inizia a cantare all’età del liceo con un suo piccolo gruppo di coetanei, ma passa alla carriera professionale nel corso del servizio militare: arruolato inizialmente nei commando e poi in Marina, in seguito ad un’incidente, durante il quale riporta ferite, viene trasferito al complesso musicale dell’arma, dove emerge agli occhi di un pubblico più ampio il suo talento canoro e una sua notevole capacità di presenza sul palcoscenico. Shlomo esce con successo sul mercato nel 1970, grazie al suo primo LP e -tranne una caduta di popolarità a metà degli stessi anni Settanta- la sua carriera ha visto da allora una costante crescita sia in termini di successo, sia di maturità artistica. Rilanciatosi nel 1978, quando era sull’orlo di gettare la spugna dopo i pochi anni di insuccesso, fa oggi parte dei cantanti e autori entrati nel Pantheon della canzone israeliana popolare ma venata d’intellettualismo. Con voce calda, talvolta con tono amaro e romantico, scrive e canta testi piuttosto complessi e non sempre pienamente chiari, ma comunque suggestivi e che in genere intendono destare associazioni d’idee o -più semplicemente- sensazioni. TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Già (2) si son asciugati i nostri occhi (dopo) le lacrime, e la nostra bocca è ormai (2) rimasta muta, senza voce. Cos’altro possiamo chiedere, dimmi: cos’altro? Abbiam (già) chiesto quasi tutto. Manda (3) la pioggia (ma) solo al momento giusto (4a) (4b) e in primavera ricoprici di fiori, (5) e fa sì (3) che lui ritorni a casa, a parte questo (6) non abbiam bisogno (di nient’altro). Già abbiam provato il dolore di mille cicatrici, e nel profondo abbiam nascosto un sospiro. Già si son già asciugati i nostri occhi (dal troppo) pianto, dicci che abbiam già superato la prova. Manda (3) la pioggia (ma) solo al momento giusto (4a) (4b) e in primavera ricoprici di fiori, (5) e fa sì (3) che lei (possa) star di nuovo con lui a parte questo (6) non abbiam bisogno (di nient’altro). Già abbiam ricoperto più di un tumulo, (7) (e) abbiam sepolto i nostri cuori tra i cipressi. (Un) sospiro sgorgherà tra poco accettalo come una preghiera molto personale. Manda (3) la pioggia (ma) solo al momento giusto (4a) (4b) e in primavera ricoprici di fiori, (5) e fa si che possiamo rivederlo di nuovo a parte questo (6) non abbiam bisogno (di nient’altro). ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) Link a un videoclip con immagini backstage prese nel corso della registrazione nello studio del programma TV “Eretz Nehederet”. (2) In apertura di ogni strofa della canzone viene usato l’avverbio ebraico “Kvàr”. Questo ha diverse sfumature di significato, che -a seconda del contesto- emergono nel testo della canzone: “già” o “ormai”. L’avverbio viene anche usato come rafforzativo in esortazioni o in imperativi (non presenti nel testo di questa canzone). Es. : “Zuz kvàr!” (E muoviti!); “Tafsìk kvàr!” (Eddai, falla finita!). (3) Viene qui utilizzata la parola “Ten”, imperativo o evocativo del verbo “LaTet” . Questo ha diverse sfumature di significato, a seconda del verso della canzone: “Dare”, ma anche “concedere”, “mandare”, “fare in modo che—, far sì che—“. (4) In ebraico: “Et HaGèshem ten rak Be’Itò” (letteralmente: La pioggia dai solo al suo tempo) ove Be’Itò (al suo tempo) significa “al momento giusto”. (4a) L’importanza del giusto timing. La consapevolezza che la concessione da parte del Signore di certi fenomeni naturali (quali pioggia, rugiada, etc.) è necessaria, auspicata e gradita MA SOLO al momento giusto, emerge nell’ebraismo in momenti e brani diversi. Un esempio, tra i più noti: In Deut. 11;14 “VeNatatì metàr artzechèm Be’Itò yorèh uMalkòsh…” (Concederò alla vostra terra la pioggia a suo tempo, quella autunnale e quella primaverile…). Nel verso è il Signore a parlare: rivolgendosi ai Figli d’Israele D-o ricorda alcune delle ricompense che elargirà a fronte di un comportamento retto da parte del Suo popolo. Qui l’importanza non solo della pioggia in sè e di un suo arrivo con giusto timing (ma anche del tipo di pioggia) è evidenziata non solo dall’uso del termine “Be’Itò” ma anche dalla distinzione tra “yoreh” (prima pioggia autunnale) e “malkòsh” (pioggia primaverile). Il verso fa parte del secondo brano del c.d. Shemà Israel, la preghiera più conosciuta dell’ebraismo. Questa -attraverso la parziale citazione di tre diversi capitoli della Toràh (il c.d. Pentateuco)- ribadisce la assoluta importanza del concetto di Monoteismo e sancisce alcune centrali Mitzvòt (precetti) che accompagnano la vita quotidiana del Popolo Ebraico. (4b) “Gèshem Be’Itò” è anche il nome di un’altra canzone, ben conosciuta in Israele e anche questa nata in seguito ad una guerra, seppur con significati diversi. v. link e nota introduttiva nell'Appendice 2. (5) In ebraico, alla lettera: “pazèr lànu prachìm” (spargi per noi fiori). (6) In ebraico, alla lettera: “yotèr MiZè” (più di questo). (7) In ebraico, alla lettera: “tel”. Il termine “tel” rappresenta qualsiasi elevazione del terreno, formatasi in conseguenza dell’operato umano. Equivale perciò a termini quali “tumulo”, o “collina artificiale”, ma è anche un termine usato per indicare, in un sito archeologico, un rialzo del terreno formatosi a causa di strati di costruzione diversa. La declinazione più conosciuta del termine è probabilmente all’interno del nome di città Tel Aviv (Collina della Primavera). Appendice 1: Arrangiamenti diversi del brano, usciti negli anni precedenti Primi anni '70 Il primo arrangiamento della canzone -più lento e delicato- in una registrazione dei primissimi anni ’70, alla TV di Stato israeliana. Videoclip narrativo, anni '70 Un’altro arrangiamento dei primissimi anni ’70, corredato da un primo videoclip che -attraverso le immagini- indica in modo più esplicito che la persona di cui si auspica il ritorno è un soldato. Nel videoclip non emerge, tuttavia, la nostalgia per l'amico caduto, il motivo che ispirò Avi Koren, l’autore del testo della canzone (v. sopra l’Introduzione al brano). 1988, più ritmato ed energicamente drammatico. Oltre al proprio contenuto originale, il brano contiene due citazioni -testuali e musicali- L’arrangiamento del 1988, più ritmato ed energicamente drammatico. Quest’ultimo ha rilanciato la canzone ottenendo un successo di gran lunga maggiore dell’iniziale versione del 1970. Versione dalla Radio Nazionale Registrazione dalla Radio Nazionale (anni '70 - ?) alla pagina dedicata alla canzone nel sito della NLI - National Library of Israel. https://www.nli.org.il/he/items/NNL_MUSIC_AL990032435860205171/NLI Appendice 2: La canzone GÈSHEM BE’ITÒ (Pioggia al momento giusto) del 1974. AUTORI: Testo: Talma Aligon. Musica: Kobi Oshràt. Canta: Ruti Navòn. Altra canzone, altra guerra, stesso uso dell’espressione “Gèshem Be’Itò” (Pioggia al momento giusto). Il conflitto è la Guerra del Kippur (1973) e l’espressione viene usata con un’intenzione poetica diversa. Durante quella guerra, esattamente cinquant’anni prima del 7/10/2023, l’autrice Talma Aligòn e la cantante Ruti Navòn compiono un tour, come molti altri artisti, per sostenere con il loro canto i soldati impegnati sui diversi fronti e confortare i feriti. In un servizio televisivo d’archivio (link in calce) Talma racconta: “(..) Fu un tour molto difficile. Ricordo gli occhi malinconici dell’Ufficiale di Collegamento che ci accompagnava e tutto quel che vedevo (al fronte)…”. Prosegue Ruti: “(…) soldati nelle trincee… al riparo in posti diversi… Chiaramente c’erano anche feriti, e all’improvviso… si mise a piovere! “. Riprende Talma: “Oh, sapevo che era un problema per i soldati; ma alla pioggia di questo non glie ne importava proprio niente… Se ne veniva giù, la pioggia! (…) E così scrissi una specie di lettera ad un ragazzo che stava al fronte: ‘Dolce pioggia, bacialo per me’. Facevo uso della pioggia perchè questa lo baciasse… per accarezzarlo… (era come se dicessi a D-o) ‘Hai portato la pioggia al tempo giusto? Beh adesso riportami indietro anche lui, il (mio) ragazzo! Lo voglio indietro! Non voglio che rimanga li! (…)’ “ Prosegue Talma: “(Ho usato qui) il termine ‘Pioggia al suo tempo’ in modo un po’ cinico… Non ha davvero aspettato fosse il momento giusto (per far piovere)! Quei soldati non meritavano di starsene li nelle trincee, a prendersi le bombe e… (dovevano pure star li a prendersi la pioggia!)… In modo accennato (si tratta di) una canzone contro la guerra (…)”. Link al servizio televisivo dedicato alla canzone Geshem Be’Itò del 1974 (Pagina FB della Rete TV Kan 88):
- GUERRA e RAPPORTi di COPPIA (1). Shùv (Chazàrta Pitòm)
4 Brani - 4 Esperienze. Post 1 di 4. Che impatto ha avuto -e ha- il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia? Brano n. 1 - SHÙV (Chazàrta pitòm) Ghirsàt Milchamàh [Di nuovo (Sei tornato all’improvviso) Versione Guerra]. AUTORI : Ma’ayàn Louis e Dan Peled. STILE: Killing you Softly. CATEGORIE: Remakes | Guardando Avanti | USCITA: 9/12/2023, giorno 66 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/gbbK388hdK8?si=uUm7RUKD3cUxoZTV LINK su Spotify: --- INTRODUZIONE Questa introduzione è comune ai 4 brani proposti. A seguire: introduzione al brano specifico di questo post. ——————————— Che impatto ha avuto -e ha- il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia? Come attraversa una coppia un periodo così denso di tensioni, minacce, traumi, allontanamento e -talvolta- anche perdita? Queste domande sono al centro di innumerevoli articoli, dibattiti e ore di sedute terapeutiche. Il Progetto 710 non è certo la sede per riassumere le altrettanto innumerevoli opinioni professionali o storie emerse in seguito alla guerra. Sono tuttavia qui presentati quattro brani che tentano di trasmettere altrettante esperienze di coppia all’ombra della guerra. L’intensa, drammatica e difficile esperienza collettiva diviene, inevitabilmente, anche esperienza personale e di coppia. Infatti, così come la guerra del 7/10 investe e minaccia la sopravvivenza di Israele -in certi casi compattando il Paese, in altri disgregandolo- anche la coppia israeliana attraversa esperienze che, a seconda dei casi, portano o porteranno a un consolidarsi o a un crollo. Stanno aumentando le nascite. Aumentano anche le morti. 4 Brani -4 sfumature di esperienza- da ascoltare e leggere sia individualmente, sia in rapporto tra loro. Quattro è un numero decisamente riduttivo se paragonato ai molteplici aspetti della realtà: nel corso del progetto saran proposti in seguito altri brani nei quali si rifletterà il complesso argomento della “zughiùt” (in ebraico, “rapporto di coppia”) in diverse sfumature. In 4 post vengono presentati i brani: 1) Shuv (Chazàrta Pitòm) 2023 - [Di nuovo (Sei tornato all’improvviso) 2023] Il riadattamento ad una normalità tra due partner, tra la gioia del ritorno e un ansia non ancora dissolta. Rivisitazione di un brano della metà anni ’70. Oltre alla versione 2023, il post propone la canzone originale, in assoluto una delle più belle canzoni israeliane che canta di coppia. 2) Melaketet kokhavìm (Raccolgo stelle) “Talvolta per vincere insieme / bisogna resistere separati”. 3) Teshvì veAsapèr lakh sipùr (Siediti chè ti racconto una storia) “E muoio di paura a tornare / non sono più abituato ad “esserci” (…)”. 4) Hotìr acharàv chaveràh (Lascia una compagna) Nel momento della perdita, il dolore e la confusione provocati dall’interruzione tragica di un rapporto che stava iniziando. La situazione di quei partner che, nel momento della morte di uno dei due, non avevano ancora uno status ben definito: ufficialmente, all’esterno, ma anche reciprocamente all’interno di un rapporto ancora in costruzione. (1) SHÙV (Chazàrta pitòm) Ghirsàt Milchamàh [Di nuovo (Sei tornato all’improvviso) Versione Guerra] INTRODUZIONE AL BRANO ———————————————— Rivisitazione “povera” (1) di un celebre brano della metà anni ’70. Un duetto incentrato sul riadattamento ad una normalità tra due partner, tra la gioia del ritorno e un’ansia non ancora dissolta. Come in moltissimi casi, il 7/10 “Lui” è corso ai Miluìm (servizio militare di riserva) richiamato o volontario. “Lei” è rimasta a casa, con i bambini. Nella situazione avviatasi il 7/10, gli uomini e le donne (2) richiamati a Miluìm, sono assenti per molte settimane, o addirittura diversi mesi, con brevi uscite. Settimane e mesi molto lunghi anche per chi rimane a casa, in ansia, spesso facendo fronte a un menàge quotidiano e genitoriale che nulla ha di normale. Come si sente la coppia che, per breve tempo, si riunisce grazie ad un’improvvisa licenza di uno dei partner? Attraverso un duetto, il brano tenta di dare una risposta. Shùv (Di nuovo), il brano originale su cui questa canzone si basa, uscì nel 1976, scritto da Daphna Ever-Hadani e musicato da Shmùlik Krausz che lo eseguiva con la sua compagna di allora, Jozi Katz. La versione 1976 è acclamata come una delle più belle canzoni israeliane con a soggetto il rapporto di coppia. Il brano parla di una separazione -temporanea e drammatica- e delle difficoltà dell’imprevisto improvviso riavvicinamento: “Dammi un minuto per riabituarmi a te…”. Nonostante sia intuibile che, nel brano originale, l’allontanamento derivava da una crisi di coppia, una parte significativa del pubblico israeliano ha quasi sempre interpretato la separazione tra i due come la conseguenza di un richiamo alle armi. Il 1976, infatti, era temporalmente molto vicino all’esperienza drammatica della Guerra del Kippùr. Questa, scoppiata a sorpresa nell’Ottobre 1973 (3), durò anch’essa mesi, con lunghe assenze dei richiamati (e meno capacità di comunicazione immediata rispetto ad oggi). Lo shock e il clima di quella guerra accompagnò il pubblico per anni. La shoccante esperienza del 7/10/2023 ha inevitabilmente richiamato l’esperienza di allora, a distanza esattamente di 50 anni. (3) In calce alle note e commenti, link al brano originale del 1976, con traduzione del testo. La rivisitazione del testo originale, ad opera di Ma’ayàn Louis, è scaturita dall’esperienza reale della cantante: un brano autobiografico scritto durante la prima breve licenza dai Miluìm del marito della giovane cantante, madre di tre bambini. ———————————————— Traduzione, NOTE e COMMENTI: (Lei) Sei tornato all’improvviso eccoti a casa finalmente posso respirare il cuore è tornato ai suoi battiti regolari. È stato difficile adesso tutto è ok e so che anche per te è stato troppo difficile… Se, se solo, e solo se lo vorremo andremo avanti anche domani Per un momento scordiamoci di quel che è successo lasciamo che la gioia rientri. (Lui) Sono tornato all’improvviso, eccomi a casa mi par di sognare la normalità sembra così lontana… Posso abbassare la guardia (4) adesso tutto è ok. sono qui seduto accanto a te appoggia la testa, tira un respiro. (Insieme) Se, se solo, e solo se lo vorremo saremo qui anche domani Per un momento scordiamoci di quel che è successo lasciamo che la gioia rientri. (*) (Lei) Sei tornato all’improvviso eccoti a casa lascia che ti guardi (lasciami) immergere nei tuoi occhi azzurri. I bambini son la che aspettano son cresciuti nel frattempo si emozionano a vederti (Insieme) Ecco, è semplicemente così: famiglia. (*) (Lei e Lui Insieme) ——————— Dicembre 2023 NOTE e COMMENTI: (1) Produzione musicale in studio, ma budget zero come emerge anche dal videoclip. (2) In Israele, sin dalla nascita dello Stato, le ragazze sono richiamate al servizio militare anche in ruoli decisamente operativi. Quindi anche ai Miluìm, seppur -a differenza degli uomini- con congedo generalmente verso l’età di 24 anni (per legge, sono richiamabili sino all’età di anni 34 o 38, a seconda dei ruoli). In genere, tuttavia vengono congedate qualora intervenga il matrimonio o la nascita di figli. (3) Scoppiata il 6/10/1973 la Guerra del Yom Kippùr colse di sorpresa lo Stato d’Israele. Esattamente come cinquant’anni dopo, il 7/10/2023, la sorpresa fu la tragica conseguenza di presuntuose sottovalutazioni di dati emersi nei rapporti dell’Intelligence nel periodo precedente lo scoppio delle due guerre. A cinquant’anni di distanza, il 7/10/2023, si sono ripresentati gli stessi errori e la stessa tracotanza dei governi e degli alti ranghi militari. Lo Yom Kippùr è la ricorrenza più solenne del Calendario ebraico. È giorno di riflessione, preghiera, digiuno e esame di coscienza personale e collettivo. (4) Letteralmente, in ebraico, “Efshàr LeHarpòt” (è possibile rilassarsi), ma dato il contesto è stata preferita la parafrasi “abbassare la guardia”. il brano originale del 1976 : (Lei) Sei tornato all’improvviso eccoti a casa Dammi solo un minuto di respiro mi sei arrivato così, così all’improvviso. È stato difficile (però) non mi lamento perchè so che… anche per te non è stato certo facile. Se, se solo, e solo se lo vorrai saremo qui anche domani Non scusarti guarda ora non è importante Dammi un minuto per riabituarmi a te di nuovo… (Lui) Son tornato all’improvviso eccomi a casa Dammi solo un minuto di respiro ti sono arrivato (davanti) così, così all’improvviso! Ti è stato difficile e non ti lamenti lo sai che… che anche per me non è stato certo facile. (Insieme) Se, se solo, e solo se lo vorremo saremo qui anche domani Non è necessario scusarsi ora non sembra importante Dammi un minuto per riabituarmi a te di nuovo… di nuovo…












