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Project 710: SearcH

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  • GUERRA e RAPPORTI di COPPIA (4). HotÌr acharàv chaveràh.

    4 Brani - 4 Esperienze. Post 4 di 4. Che impatto hanno il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia in Israele? Brano n. 4 - HotÌr acharàv chaveràh ((Lascia una compagna). AUTORi : Parole: Moshe Klughaft; Musica; Ohad Chitman. Canta: Miri Mesika STILI: Killing You Softly  | Ansiogeno. CATEGORIE: Shock / Lutto / Ansia  |  Guardando Avanti  | USCITA: 11/08/2024, giorno 309 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/VCXYhLk-PI8?si=YeGlM2EpTnTb9waJ LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/2G8zom5ZWoMGGVwWTPpN2V?si=39b9788fd99c4122 INTRODUZIONE Questa introduzione è comune ai 4 brani proposti. A seguire: introduzione al brano specifico di questo post. ——————————— Che impatto ha avuto -e ha- il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia? Come attraversa una coppia un periodo così denso di tensioni, minacce, traumi, allontanamento e -talvolta- anche perdita? Queste domande sono al centro di innumerevoli articoli, dibattiti e ore di sedute terapeutiche. Il Progetto 710 non è certo la sede per riassumere le altrettanto innumerevoli opinioni professionali o storie emerse in seguito alla guerra. Sono tuttavia qui presentati quattro brani che tentano di trasmettere altrettante esperienze di coppia all’ombra della guerra.  L’intensa, drammatica e difficile esperienza collettiva diviene, inevitabilmente, anche esperienza personale e di coppia. Infatti, così come la guerra del 7/10 investe e minaccia la sopravvivenza di Israele -in certi casi compattando il Paese, in altri disgregandolo- anche la coppia israeliana attraversa esperienze che, a seconda dei casi, portano o porteranno a un consolidarsi o a un crollo. Stanno aumentando le nascite. Aumentano anche le morti. 4 Brani -4 sfumature di esperienza- da ascoltare e leggere sia individualmente, sia in rapporto tra loro. Quattro è un numero decisamente riduttivo se paragonato ai molteplici aspetti della realtà: nel corso del progetto saran proposti in seguito altri brani nei quali si rifletterà il complesso argomento della “zughiùt” (in ebraico, “rapporto di coppia”) in diverse sfumature. In 4 post vengono presentati i brani: 1) Shuv (Chazàrta Pitòm) 2023 - [Di nuovo (Sei tornato all’improvviso) 2023] Il riadattamento ad una normalità tra due partner, tra la gioia del ritorno e un ansia non ancora dissolta. Rivisitazione di un brano della metà anni ’70. Oltre alla versione 2023, il post propone la canzone originale, in assoluto una delle più belle canzoni israeliane che canta di coppia. 2) Melaketet kokhavìm (Raccolgo stelle) “Talvolta per vincere insieme / bisogna resistere separati”. 3) Teshvì veEsapèr lakh sipùr (Siediti chè ti racconto una storia) “E muoio di paura a tornare / non sono più abituato ad “esserci” (…)”. 4) Hotìr acharàv chaveràh (Lascia una compagna) Nel momento della perdita, il dolore e la confusione provocati dall’interruzione tragica di un rapporto che stava iniziando.  La situazione di quei partner che, nel momento della morte di uno dei due, non avevano ancora uno status ben definito: ufficialmente, all’esterno, ma anche reciprocamente all’interno di un rapporto ancora in costruzione. (4) HotÌr acharàv chaveràh     (Lascia una compagna) INTRODUZIONE AL BRANO ———————————————— Vi sono formule fisse, frasi di un protocollo standard, che compongono l’annuncio di una morte prematura. Una di queste è “Hotìr acharàv…” (Lascia dietro a se…) (1) . La frase precede una breve lista di congiunti stretti del defunto. “Lascia dietro a se genitori, una moglie e tre bambini… Il padre e una sorella…”. Udire queste frasi, accompagnate da alcune altre legate alla stessa prammatica, è tragicamente sempre più frequente a partire dal 7/10, con tutto l’impatto emozionale che le accompagna. Ma cosa succede quando il partner non è ancora ufficialmente riconosciuto come tale? Quando ad esempio, per normali circostanze della vita, della nascita e costruzione di un rapporto di coppia, “la ragazza di…”, o “il ragazzo di…”, non hanno ancora qualifiche “ufficiali”, quali “il fidanzato di…”, “la moglie di…”, o anche “il convivente, il membro di coppia di fatto di…”? Negli ultimi anni, la posizione legale dei membri di coppie di fatto è oggetto di analisi e decreti in numerosi paesi, tra cui Israele. In un rapporto di coppia, il piano legale consente la formulazione di definizioni e regole piuttosto precise. Cosa accade invece sul piano emozionale? Quando la morte si intromette -in modo prematuro, improvviso e traumatizzante- tra una coppia “all’inizio”, agli albori del rapporto? Quando le due parti si stanno ancora reciprocamente “studiando”? In Israele, quasi tutti i caduti in guerra, soldati e soldatesse di leva o Miluìm (2) sono ventenni, o non oltre i 40-45. La maggioranza, al momento della morte aveva un compagno o una compagna, ciascuno/a coinvolto in un rapporto di coppia molto diverso per natura, durata e intensità. Alcuni caduti e i rispettivi partner erano incerti; non erano ancora sicuri, o non erano consapevoli di essere effettivamente la metà di una coppia. Quasi nessuno era pronto al devastante banco di prova imposto dalla realtà. La canzone Hotir acharav chaveràh  (Lascia una compagna) (3) affronta questo doloroso tema. La guerra, la morte improvvisa, stronca aspettative, potenzialità, le interazioni naturali -piacevoli o spiacevoli- di una possibile coppia. Non stronca solo un’unica vita; incide anche su un’altra, segnandola per sempre. Talvolta la devasta. Nella sua struttura, il videoclip che accompagna la canzone ricorda quello di “Machàr  ze Igamèr” (Domani finirà) , altro bellissimo brano proposto nel Progetto 710. Nel filmato, infatti, partecipano compagne di caduti, la cui vita ha subito il duro impatto della perdita improvvisa e prematura. Il titolo della canzone è anche il nome di un’associazione che da venticinque anni si occupa delle “vedovanze non ufficiali”, scaturite da morti premature, con particolare riferimento a quelle generate dal conflitto in cui Israele è coinvolto. Alla nota (6), informazioni sull’associazione Hotir acharav chaver/àh, con una breve analisi della colonna sonora che accompagna un filmato pubblicitario dell’associazione. Questo post è dedicato con ammirazione e affetto a Noga, meravigliosa giovane compagna di Shàchar Fridman Hi”d, caduto a Gaza il 18/11/2023.  ———————————————— Traduzione, NOTE e COMMENTI: E non abbiamo fatto in tempo a rimaner delusi (e) nemmeno a litigare Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci nè a stancarci degli odori della primavera E non avevamo ancora abbandonato sogni né avevamo cresciuto bambini. Non avevi detto abbastanza “io amo” non avevo fatto in tempo ad arrossire “eh dai… esageri…” Ha lasciato dietro a se sogni e non ha lasciato nessuna qualifica (4) Ha lasciato dietro a se un biglietto cifrato una fossa nel cuore e una vanga Ha lasciato dietro a se melodie ma non ha composto una canzone d’addio. Ha lasciato dietro a se un biglietto cifrato (5) ha lasciato dietro a se una compagna (3) E non abbiamo fatto in tempo a valutare non ci siamo ancora separati per poi ritornare insieme Non ho fatto in tempo a dire “lasciami i miei spazi” mi trema il cuore e dentro non c’è luce E non abbiamo fatto in tempo a invecchiare nè ad aver nostalgia dell’inizio non abbiamo fatto in tempo a cambiare a tacere insieme a parlarci senza parole Ha lasciato dietro a se sogni e non ha lasciato alcuna qualifica (4) Ha lasciato dietro a se un biglietto cifrato (5) una fossa nel cuore e una vanga. Ha lasciato dietro a se melodie e non ha composto una canzone d’addio. Ha lasciato dietro a se un biglietto cifrato (5) ha lasciato dietro a se una compagna (3) E di notte, quando sei venuto mi hai detto “non piangere Se si alzerà il sole alzati anche tu per me”. Hai messo un anello e in grande hai scritto “nel tuo quadro io ora son pennello”. Le donne nel filmato, in ordine di apparizione quando appaiono con i rispettivi nomi: Shir Sagìv Fidanzata del Magg. Dor Zìmel z”l (4) Caduto il 21.4.2024 Alexa Bloyev Compagna del Magg. Ad`ir-M`eir ‘Abùdi z”l Caduto il 7.10.2023 Keren Abramovich Tzion Compagna del Serg. Primo Tom Karìn z”l Caduto nel 1996 Tyràn Green Compagna del Serg. Ronèn Kìmchi z”l (4) Caduto nel 1999 Rachèli Avchilkov Compagna del Serg. Maggiore (riserva) Lidòr Yosèf  Karouàni z”l Caduto il 17.12.2023 Elinòr ‘Odèd Compagna del Serg. Dolèv Amoyàl z”l Caduto il 7.10.2023 ‘Inbal Chalìva Compagna del Serg. Maggiore ‘Adi Tzùr z”l Caduto il 7.10.2023 Shanì Galànti Compagna del Serg. Primo (riserva) Ohàd Ash`ur z”l Caduto il 23.12.2023 NOTE e COMMENTI: (1) Hotìr acharàv, in ebraico, letteralmente, “Ha lasciato dietro se”, al maschile. A seconda dei casi, l’espressione viene declinata anche al femminile “Hotìrah acharèah”. (2) Miluìm, il servizio militare di riserva, che comprende sia maschi, sia femmine. v. anche intruduzioni e note in altre canzoni di questa serie di quattro brani “Guerra e Rapporto di Coppia”. (3) Chaveràh, (amica, compagna). Maschile: chavèr. Si tratta di una parola con numerose accezioni a seconda del contesto. Tra queste: amico, compagno, “ragazzo/a di”, membro di.. (associazione, gruppo), appartenente (a), camerata. (4) Hagdaràh, in ebraico letteralmente “definizione”. Qui è stato preferibile tradurre la parola usando l’espressione “qualifica”, in relazione a quanto esposto nell’introduzione. (5) Ktàv Starìm, in ebraico letteralmente “grafia di cose occulte”, ma vale anche per scritto cifrato. Nel contesto della canzone, oltre a riferirsi metaforicamente alle esperienze che la coppia non ha potuto attraversare insieme, ne potrà più’, può essere attribuito un ulteriore significato all’accenno ad un biglietto: negli zaini, nei cellulari, in messaggi WhatsApp di molti giovani caduti sono stati ritrovati veri e propri testamenti. Questi non riguardano le  poche proprietà materiali di chi li ha scritti. Sono testamenti in cui il giovane sceglie di lasciare un proprio messaggio che si può ritrovare in caso di morte. Un ultimo messaggio personale -spesso di carattere morale- indirizzato alla famiglia e agli amici; talvolta alla società intera. La scrittura di questi testi, e il loro eventuale ritrovamento, rappresentano due momenti diversi di una stessa realtà devastante. Nel Progetto 710, v. anche l’introduzione al brano Nitzàchti BeDamì. (6) L’associazione Hotir acharav chaver/àh (Lascia un/a compagno/a). Il nome dell’associazione è intenzionalmente formulato in forma doppia, maschile e femminile, ad indicare l’attenzione a qualsiasi tipo di caduto e coppia. Avviata da parenti di caduti, l’associazione opera da circa 25 anni, accompagnando  “vedovanze non ufficiali”. Nella maggior parte dei casi si tratta di perdite avvenute in seguito al conflitto che affligge Israele dalla sua nascita, ma non solo: vengono seguiti anche casi di perdite conseguenti a malattie, incidenti e altro. Oltre al sostegno psicologico diretto ai soggetti di riferimento, l’opera dell’associazione ha contribuito significativamente alla sensibilizzazione della società rispetto al problema cui l’associazione si dedica. Nel tempo è quindi divenuta anche parte integrale delle strutture sostenute dall’esercito per il supporto delle famiglie dei caduti. Dal suo avvio l’associazione si è occupata di circa 500 casi sino al 7/10/2023 . A partire da tale data e sino all’agosto 2024 si sono aggiunti ben 286 ulteriori casi. https://www.girlfriendsidf.org.il Nell’ambito del Progetto 710 conviene soffermarsi anche su uno dei videoclip istituzionali dell’associazione. Questo mostra la corsa di una ragazza, cui si uniscono altre sino a formare un gruppo compatto in cui una sostiene l’altra durante la corsa. Una nota all’inizio del filmato sottolinea che le ragazze filmate NON sono attrici. Sono infatti giovani ragazze che hanno perso i propri cari o che collaborano con l’associazione. Le ragazze indossano una maglietta con il simbolo dell’associazione (che graficamente ricorda molto i simboli di molti corpi dell’esercito). Questo è accompagnato dalla scritta “Maslùl Oct. 23” (Percorso -ma anche corso formativo- Ottobre 2023) altro elemento che richiama l’esercito, “Classe Ottobre del ’23”. Durante la corsa parte delle ragazze sostiene a spalla una barella. La corsa con la barella sulle spalle rappresenta una situazione che tutto il paese riconosce come tipico della “tironùt”, la dura fase di addestramento nell’esercito. Durante la tironùt, nel corso di lunghe e durissime corse, la barella è generalmente appesantita da sacchi di sabbia o da un soldato steso a turno. I soldati in corsa, nel corso degli estenuanti percorsi, si avvicendano tra loro nel sostenere le barelle. L’ebraico moderno, parlato in Israele, comprende numerose espressioni gergali che hanno origine nell’intensa esperienza dell’esercito. Tra queste l’espressione “mettersi sotto la barella”. Questo modo di dire significa, metaforicamente, “farsi sotto, volontariamente, per sostenere uno sforzo condiviso e di interesse comune”. La colonna sonora del filmato utilizza la prima strofa di una canzone uscita nel 2011, LeMarghelotàikh (Alle tue pendici) di Elai Botner, cantata da Anàt Ben Chamo. Nel contesto generale di questo post, vale la pena di riportare il testo della strofa: E prima che tu chiuda gli occhi tieni per me un bacio prima di separarci per sempre Conserva queste parole Nelle orecchie ho solo un forte rumore e un suono che non mi abbandona non mi da quiete E suona per me quella canzone che mi piace dall’inizio alla fine E abbi pietà di me perchè io (qui) rimango solo/a a raccoglier pezzi infranti.

  • GUERRA e RAPPORTi di COPPIA (3). Teshvì VeEsapèr làkh sippùr.

    4 Brani - 4 Esperienze. Post 3 di 4. Che impatto ha avuto -e ha- il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia? Brano n. 3 - Teshvì VeEsapèr làkh sippùr (Siediti, chè ti racconto una storia). AUTORE : Raz Peri. STILI: Killing You Softly  | Ansiogeno. CATEGORIE: Rabbia/Confusione  |  Shock/Lutto/ Ansia  |  Remakes | USCITA: 25/01/2024, giorno 110 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/j7fd1AQ9LBU?si=p0jkrgxFp8-Zq2ZE LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/4TGhsfo1vAfQkbXsfMkA3F?si=94027c51e2724d98 INTRODUZIONE Questa introduzione è comune ai 4 brani proposti. A seguire: introduzione al brano specifico di questo post. ——————————— Che impatto ha avuto -e ha- il 7/10 e la sua guerra sui rapporti di coppia? Come attraversa una coppia un periodo così denso di tensioni, minacce, traumi, allontanamento e -talvolta- anche perdita? Queste domande sono al centro di innumerevoli articoli, dibattiti e ore di sedute terapeutiche. Il Progetto 710 non è certo la sede per riassumere le altrettanto innumerevoli opinioni professionali o storie emerse in seguito alla guerra. Sono tuttavia qui presentati quattro brani che tentano di trasmettere altrettante esperienze di coppia all’ombra della guerra.  L’intensa, drammatica e difficile esperienza collettiva diviene, inevitabilmente, anche esperienza personale e di coppia. Infatti, così come la guerra del 7/10 investe e minaccia la sopravvivenza di Israele -in certi casi compattando il Paese, in altri disgregandolo- anche la coppia israeliana attraversa esperienze che, a seconda dei casi, portano o porteranno a un consolidarsi o a un crollo. Stanno aumentando le nascite. Aumentano anche le morti. 4 Brani -4 sfumature di esperienza- da ascoltare e leggere sia individualmente, sia in rapporto tra loro. Quattro è un numero decisamente riduttivo se paragonato ai molteplici aspetti della realtà: nel corso del progetto saran proposti in seguito altri brani nei quali si rifletterà il complesso argomento della “zughiùt” (in ebraico, “rapporto di coppia”) in diverse sfumature. In 4 post vengono presentati i brani: 1) Shuv (Chazàrta Pitòm) 2023 - [Di nuovo (Sei tornato all’improvviso) 2023] Il riadattamento ad una normalità tra due partner, tra la gioia del ritorno e un ansia non ancora dissolta. Rivisitazione di un brano della metà anni ’70. Oltre alla versione 2023, il post propone la canzone originale, in assoluto una delle più belle canzoni israeliane che canta di coppia. 2) Melaketet kokhavìm (Raccolgo stelle) “Talvolta per vincere insieme / bisogna resistere separati”. 3) Teshvì veEsapèr lakh sipùr (Siediti chè ti racconto una storia) “E muoio di paura a tornare / non sono più abituato ad “esserci” (…)”. 4) Hotìr acharàv chaveràh (Lascia una compagna) Nel momento della perdita, il dolore e la confusione provocati dall’interruzione tragica di un rapporto che stava iniziando.  La situazione di quei partner che, nel momento della morte di uno dei due, non avevano ancora uno status ben definito: ufficialmente, all’esterno, ma anche reciprocamente all’interno di un rapporto ancora in costruzione. (3) Teshvì VeEsapèr làkh sippùr (Siediti, chè ti racconto una storia ) INTRODUZIONE AL BRANO ———————————————— Raz Peri è un giovane cantante, agli inizi della propria carriera. Di questa canzone scrive: “Diario di guerra: Sono più di tre mesi a Miluìm (1) ; oltre due mesi e mezzo dentro Gaza. Ho incontrato così tante persone sorprendenti. Ho combattuto accanto a persone d’oro, che sono fiero di poter chiamar fratelli. (Si sta) tra il nostro star bene insieme come soldati e i momenti di crisi, rabbia, furore e tristezza che attraversiamo soli di notte, rinchiusi in noi stessi. Il peggio è di notte, quando arriva anche la paura. Ma siamo forti, e sapremo attraversare tutto questo se rimaniamo insieme… Così se ne è nata la canzone VeÈkh SheLò”. La canzone di Raz Peri Teshvì VeEsapèr làkh sippùr (Siediti, chè ti racconto una storia) si articola sulla falsariga di un’altra nota canzone israeliana: VeÈkh SheLò , composta dal cantautore Ariel Zilber e uscita nel 1989. Alla nota (3) in calce, il testo della canzone di Zilber con registrazioni e informazioni. VeÈkh SheLò di Zilber è una delle canzone d’amore israeliane più belle e più popolari. Peri riprende da Zilber solo l’incipit -molto noto- e l’attacco nella seconda strofa, quando accenna alla notte. In realtà la sovrapposizione tra le due canzoni è minima, seppur efficace in termini di evocazione. La dolcezza romantica della canzone originale, infatti, viene presto sostituita dall’angoscia di un soldato, l’autore, solo con se stesso di notte, a Gaza. Questa angoscia non nasce solo dall’incertezza della situazione minacciosa in cui si trova, nè dalla nostalgia per la ragazza cui il testo si rivolge . È un’angoscia proiettata in avanti : il soldato Raz è consapevole delle ferite emozionali che si stanno aprendo e delle cicatrici che la tensione e l’esperienza della guerra lasceranno. Raz Peri sa bene che, tornato a casa, si aprirà per lui un “dopo-Gaza”; inizierà la sfida di un riadattamento sia personale, sia di coppia. Rivolgendosi alla ragazza cerca “la strada che porta a te”, ma aggiunge subito “E muoio di paura a tornare non son più abituato ad “esserci” non son più abituato a dormire.” Come nella canzone “Shùv (Chazarta Pitòm)” la presenza stessa, stare vicini, sono divenute un'anomalia nella coppia . Ciò che prima era spontaneo e normale è ora estraneo. Va recuperato. Si intuisce un percorso difficile: infatti tra il soldato sopravvissuto e la compagna -anzi, tra il soldato e la normalità precedente- si è ora aperto un baratro post-traumatico. ———————————————— Traduzione, NOTE e COMMENTI: E ovunque mi giri a guardare dov’è la strada che porta a te dov’è la strada che porta a te. E di giorno e durante le notti (2) penso solo a te penso solo a te. E muoio di paura a tornare non son più abituato ad “esserci” non son più abituato a dormire. E muoio di paura a tornare non so se è bene o male sono (ormai) mezzo matto ho visto di tutto. Siediti, chè ti racconto una storia mi piace il sole perchè durante le notti mi sentivo solo e temevo arrivasse qualcuno. Ma son stato forte son stato un eroe anche quando pioveva e gelavo di freddo sapevo che tutto sarebbe finito sapevo che tutto sarebbe finito. E muoio di paura (all’idea di) tornare non son più abituato ad “esserci” non son più abituato a dormire. E muoio di paura (all’idea di) tornare non so se è bene o male sono (ormai) mezzo matto ho visto di tutto. NOTE e COMMENTI: (1) Miluìm, il servizio militare di riserva, su richiamo o volontario. La parte maggiore della forza combattente dello Stato d’Israele è composta da forze Miluìm, elemento che rende l’esercito israeliano Esercito Popolare a tutti gli effetti. (2) Nel testo, letteralmente BaLeylòt (nelle notti) contrapposto al verso precedente, anch’esso al plurale BaYamìm (nei giorni). (3) Uscita nel 1989, VeÈkh SheLò di Ariel Zilber è una delle canzone d’amore israeliane più belle e note. "E ovunque mi giri a guardare è sempre con lei che vorrò rimanere (Lei) che mi è fedele e non se ne scorrazza per giardini (4) E anche io, tra tutte le creature, non mi lascio tentare da altre Salgon le onde si muovon le sabbie fruscia il vento tra le foglie E durante le notti durante le notti crescono in me melodie e qualcosa che scorre sottile e gelato e le mie preghiere ricevon risposta dal vento Ora c’e’ silenzio… e ognuno è preso dai propri affari con il miglior medico del paese (5) per scoprire sino in fondo ma il quadro non cambia Prole, parole e il loro significato verrà un onda a portarle via Ma io me ne sto accucciato dietro a lei che mi attende nella notte E la seguo, come un prigioniero, per sentir gli uccelli cantare. Salgon le onde si muovon le sabbie fruscia il vento tra le foglie E ovunque mi giri a guardare vorrò sempre rimaner con lei." Nel corso degli anni la canzone originale, presentata da Ariel Zilber nel 1989, non ha mai perso popolarità e successo. (6) Link a Eikh SheLò originale: https://youtu.be/2GxJ_E4Alsw?si=b5vaVQ1Le46d8Ewt (4) Riferimento al Cantico dei Cantici 6:2 e 8:13. (5) Zilber si riferisce qui l’amore, ricalcando un modo di dire israeliano. (6) Nel Dicembre 2023, poco dopo l’inizio della guerra, il popolare cantante Òmer Àdam, come molti artisti in tour al fronte per risollevare il morale dei soldati, ha notato come la canzone fosse popolare anche tra la generazione più giovane. Ne ha perciò incisa una cover, piuttosto fedele all’originale, che all’inizio videoclip accenna all’esperienza avuta incontrando i soldati.

  • SHUM DAVAR LO IFG’À BI (Nulla potrà farmi del male)

    Tre storie, tre destini, si incontrano a distanza di anni nella stessa canzone. AUTORi : Testo: Erez Shtark e Yoram Chazan. Musica: Knessiàt HaSèkhel. Cantano ‘Amit Man z"l e Yoram Chazan. STILI: Killing You Softly  | Ansiogeno. CATEGORIE: Shock / Lutto / Ansia  |  Remakes  | USCITA: 13/11/2023, giorno 37 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/lmKvcZR_kEA?si=enGg67ScjM_BqGhJ LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/245bLYdZdVxgpbsyBqYVJZ?si=cd74c17247e443b8 INTRODUZIONE ——————————— ‘Amit Man, 22 anni, era una ragazza paramedico stanziata presso il Kibbùtz Bèeri. Erez Shtark, 21 anni, era Ufficiale di Collegamento in Libano. ‘Amit amava cantare. Erez amava scrivere. ‘Amit venne uccisa il 7/10/2023 assieme a 1145 adulti e bambini trucidati da Hamas. Erez morì il 4/2/1997, in uno dei maggiori incidenti della storia dell’IDF, l’esercito israeliano, assieme ad altri 72 soldati. (1) Knessiàt HaSèkhel (La Chiesa della Mente) (2) è una delle maggiori rock band israeliane, nata nel 1990 a Sderòt, cittadina nel sud d’Israele. 33 anni dopo, il 7/10/2023, anche Sderòt verrà gravemente colpito dalla strage compiuta da Hamàs. I destini di ‘Amit, Erez e Knessiàt HaSèkhel si intrecciano nella canzone e nel videoclip qui presentati. Erez Shtark e Knessiàt HaSèkhel Dopo la morte di Erez vengono trovati i taccuini nei quali il giovane aveva l’abitudine di scrivere riflessioni e poesie. In uno di questi emerge il testo sul quale è basata questa canzone. Nel 2008, nell’ambito di un’iniziativa per la composizione di canzoni basate su testi lasciati da caduti (3), il gruppo Knessiàt HaSèkhel sceglie di comporre un brano basato sulla poesia “Shum Davàr” (“Nulla”) di Erez Shtark. Yoram Chazan, solista e leader del gruppo, viene particolarmente colpito dalle parole lasciate da Erez. Il musicista conosce in prima persona il trauma che una famiglia subisce alla morte in guerra di un membro strettissimo. Nel 1982 infatti, quando Yoram era appena dodicenne, il fratello Zion rimase ucciso durante la Prima Guerra del Libano. La melodia e il suo abbinamento con il testo nascono di getto, in modo quasi intuitivo. I membri del gruppo, ognuno attraverso il proprio strumento, sono empatici con il solista. Questi, componendo la canzone, si è riallacciato al proprio lutto personale, che non era stato ancora sufficientemente elaborato nel corso dei molti anni trascorsi dalla morte del fratello. (4) In calce alle note: il primo videoclip della canzone, del 2008. (16) Knessiàt HaSèkhel e ‘Amit Man ‘Amit era una ragazza piena di vita e che amava cantare. “Da bambina” racconta una delle sorelle “prendeva una spazzola -o una bomboletta di deodorante- e facendo finta fosse un microfono… dava spettacolo”. (5) In effetti ‘Amit, era molto intonata e, crescendo, aveva sviluppato una voce calda e una seducente capacità canora. Non si era però mai orientata verso una possibile carriera musicale. Le bastava chiudersi nella propria camera, registrando se stessa mentre cantava di fronte al telefonino. Il 7/10 anche ‘Amit era stanziata come paramedico presso il Kibbutz Beeri, uno dei luoghi teatro di alcune delle peggiori atrocità che segnarono quella tragica giornata. (17) Udendo i primi  spari, al mattino presto, ‘Amit si reca in fretta in ambulatorio, per essere pronta nel caso arrivassero feriti. Dalla centrale del MDA, Magèn Davìd Adòm (la Croce Rossa israeliana) le dicono di poter tentare di venire ad evacuarla, ma ‘Amit si rifiuta di lasciare l’ambulatorio, dato che iniziano ad arrivare i primi feriti. (6) Chiusa nell’ambulatorio ‘Amit mantiene il contatto con la famiglia lontana attraverso la chat WhatsApp di famiglia. Brevi chiamate, registrazioni e messaggi vengono scambiati nel corso di oltre sette ore. Tra assistenza a feriti e constatazioni di morte, ‘Amit descrive quanto accade intorno: gli spari, le esplosioni, le urla, i feriti che seguitano ad arrivare. Invia fotografie di sangue sul pavimento dell’ambulatorio. Nelle registrazioni è possibile sentire in modo distinto i rumori provenienti dall’esterno e gli spari. (6) Sino alle ore 14:02 -quindi nel corso di ben sette ore e mezzo dall’inizio dell’attacco alla popolazione civile israeliana- oltre a descrivere quanto accade, la giovane implora aiuto. ‘Amit si chiede quando arriverà l’esercito a salvare lei e i suoi feriti. Le sorelle e la madre tentano di incoraggiarla, dicendole di resistere e che certamente gli aiuti arriveranno a breve. Due minuti dopo i terroristi irrompono anche nell’ambulatorio, sparando all’impazzata. Alle 14:05, parlando concitata, sullo sfondo di spari vicini, ‘Amit urla e chiede perdono alla madre e alle sorelle. (7) Riferisce, piangendo, di essere stata ferita alle gambe. “Mi sono addosso” urla. Ancora uno sparo e la conversazione si interrompe. La madre e la sorella Mary ascoltano in diretta la morte di ‘Amit. (6) (8) L’esercito non è ancora arrivato. (9) Nei telefonini dei famigliari, assieme alla testimonianza delle ultime ore angosciose di ‘Amit, sono rimaste le registrazioni delle sue canzoni. Tra queste una in cui ‘Amit, nella propria divisa da paramedico canta Shum Davàr, con voce delicata ma decisa e senza alcuna base musicale di sfondo. Netto voce. Knessiàt HaSèkhel riceve questa registrazione. Il gruppo -scosso- la rielabora, sovrapponendo la voce di ‘Amit alle proprie basi musicali e alla voce del solista Yoram Erez. Dopo una notte passata in studio di registrazione, il gruppo porta ad ascoltare la rielaborazione della canzone alla famiglia. In termini emozionali il risultato è devastante. Ancora di più lo è il videoclip che il Canale Televisivo 13 produce alcuni giorni dopo, unendo alla rielaborazione anche altre immagini di ‘Amit, dell’ambulatorio di Beeri devastato e di schermate di messaggi scambiati il 7/10. Le storie si intrecciano. Il passato è presente. A distanza di ventisette anni da quando Erez annotò le parole sul proprio taccuino, il dolore della sua famiglia si intreccia con il trauma della famiglia di ‘Amit e con il peso che Yoram porta dentro di se da ancora più anni. A distanza di quarantadue anni da quella Prima Guerra del Libano, in cui fu ucciso il fratello del compositore e solista -e a distanza di ventisei anni dalla morte di Erez Shtark mentre si recava in Libano per combattere- il 7/10, in cui viene uccisa ‘Amit, porterà ad una escalation che comprenderà anche la Terza Guerra del Libano, iniziata proprio nei momenti in cui viene scritto questo post, mentre l’orecchio è teso ad seguire i notiziari. Seppur nella sua unicità, il 7/10 conferma quindi di essere solo un ulteriore attimo di un difficile presente, in cui Israele vive dalla propria nascita e il Popolo Ebraico da secoli. Traduzione, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Titolo iniziale in sovraimpressione: ‘Amit Man z”l (10) e Knesiàt HaSèkhel - Nulla potrà farmi del male (Voce registrata di ‘Amit Man z"l) Nulla potrà farmi del male (11) nulla Non una donna, non un proiettile di terroristi nulla Perché così ho giurato a mio fratello, mia sorella ai miei genitori. E ho pianto di notte e mi sono preoccupata di giorno Perché temevo che qualcosa avrebbe fatto del male ai miei genitori E la voce di mio padre mi risuona nella testa da anni Sullo schermo: scambio di messaggi tra ‘Amit e una delle sorelle, la mattina del 7/10/2023  (12) (Voce di Yoràm Chazàn) Se ti dovesse succedere qualcosa (13)  Non avrei motivo di vivere (14) Non avrei motivo di arrivare a domani Non avrei motivo di vivere Non avrei un domani Se state qui in piedi intorno a me Evidentemente non ho mantenuto la promessa Mi dispiace, davvero (15) Mi dispiace, davvero Mi dispiace, davvero (Voce registrata di ‘Amit Man z"l, cui si sovrappone Yoram Chazan) Nulla potrà farmi del male  (11 ) nulla Non una donna, non un proiettile di terroristi nulla. NOTE e COMMENTI: (1) Nel corso degli anni successivi alla Prima Guerra del Libano (Estate 1982) viene creata la c.d. Striscia di Sicurezza. La Striscia era un territorio nel Sud del Libano occupato dall’IDF e dal c.d. Esercito del Sud del Libano, una milizia armata e sostenuta da Israele, composta principalmente da Cristiani Maroniti, Mussulmani Sunniti e Drusi. La milizia rimane operativa sino al ritiro dell’IDF dal Striscia, avvenuto nel Maggio del 2000. Negli ultimi anni prima del ritiro, il trasferimento di truppe via terra da Israele alle postazioni militari nella striscia diviene particolarmente pericoloso, a causa di frequenti ordigni collocati ai bordi delle strade principali. IDF decide perciò di trasportare le proprie truppe principalmente via aria, con grossi elicotteri. È in questo contesto che il 4 Febbraio 1997 avviene quella che verrà chiamata Asòn HaMasokìm (La catastrofe degli elicotteri) un incidente che vede coinvolti due elicotteri precipitati al confine tra Israele e il Libano. L’incidente provoca la morte di tutti i 73 uomini a bordo, soldati e piloti. https://en.wikipedia.org/wiki/1997_Israeli_helicopter_disaster (2) Il nome del gruppo è ispirato ad un concetto esposto nel celebre libro di Robert Pirsig Lo Zen e l’Arte della manutenzione della Motocicletta. (3) ‘Od me’at naafokh LeShìr (Fra poco diverremo canzone) iniziativa musicale promossa dalla popolare stazione radio Galei Tzah’al, la stazione radio dell’IDF. Tra il 2013 e il 2001, nell’ambito delle numerose iniziative per la rimembranza annuale dei caduti, Galei Tzah’al proponeva a musicisti di fama la produzione di brani musicali basati su testi o poesie lasciate da caduti. Nell’ambito dell’iniziativa, sono state pubblicate numerosi brani divenuti nel tempo canzoni di successo. (4) v. servizio su Erez Shtark e la canzone, prodotto dal Dipartimento per le Commemorazioni dell’IDF. https://youtu.be/y8iVplsQveE?si=ll4-9ThQRoFSdNhZ (5) v. servizio prodotto dalla Rete TV 13 sulla storia di ‘Amit e della canzone. Canale YT del MDA, Magèn Davìd Adòm (La Croce Rossa israeliana). https://youtu.be/qpOBVs15_Ho?si=nWbkMbZFPXvJUY-3 (6) v. Servizio prodotto dalla Rete Nazional Kan 11, con testimonianze riguardanti il lavoro svolto da ‘Amit nell’ambito del MDA, la sua sorte la mattina del 7/10, messaggi WhatsApp e immagini recuperate dalle telecamere GoPro trovate sul corpo di terroristi uccisi.  https://youtu.be/koLS_Cs0CdE?si=Jc1kWRyO7-lqErSZ (7) v. servizi di cui alla nota (5) (6) e (8): ‘Amit chiede perdono per non aver ascoltato le implorazioni dei famigliari che le chiedevano di mettersi in salvo all’inizio dell’attacco, anziche andare a presidiare l’ambulatorio in attesa di feriti. (8) v. Servizio prodotto dalla Rete TV 13, con raccapriccianti registrazioni di brani di telefonate tra ‘Amit e la sorella Lior nel corso della mattina del 7/10 e testimonianza della sorella stessa. https://youtu.be/koLS_Cs0CdE?si=Jc1kWRyO7-lqErSZ (9) L’inefficienza e incredibile incapacità dell’esercito israeliano nel corso del 7/10 -e del governo del paese nello stesso giorno e nelle settimane successive- sono motivo di shock in tutto il paese. Alla data di redazione di questa nota, esattamente un’anno dopo il 7/10, la guerra è ancora in corso. Questo costituisce il motivo -o la scusa, a seconda delle opinioni- per le quali non è stata ancora costituita una Commissione d’Inchiesta ufficiale che faccia luce sulle dinamiche, motivi e inefficienze emersi nel corso del 7/10. (10) z”l è acronimo acronimo dell’espressione “Zichronò Livrachà” (il suo ricordo sia di benedizione). Si pronuncia: “zal”. È uso aggiungere questo acronimo dopo il nome di una persona defunta. Nel caso di ‘Amit, al femminile: “Zichronà Livrachà”. (11) Letteralmente in ebraico le parole sono “Lo ifg’à bi” (non mi colpirà), ma “non mi farà del male” ci sembra renda meglio il senso. (12) Testo dei messaggi visibili sullo schermo:   (*) ‘Amit: Sono tornati Ci attaccano ‘Amit: Pregate per noi per favore Lior: (una delle sorelle) Cosa significa? sei….. ? ‘Amit: I terroristi Sono qua, arrivano da noi ‘Amit: Sono qui (i terroristi) Non penso ne uscirò Per favore siate forti se mi succedesse qualcosa Lior: ‘Amiiiit ‘Amitush, vita mia    (**) (*) Testi e frammenti di testi visibili nel videoclip della canzone. Nel servizo di cui alla nota (6) è riportata una quantità molto significativa di messaggi scritti e vocali, scambiati tra ‘Amit e i famigliari. Il materiale mostrato e udibile, di prima mano, ha valore documentario estremamente alto e -al contempo- una capacità d’impatto emozionale estremamente forte. (**) Nell’intestazione dei messaggi ‘Amit è etichettata “ ‘Amitush”. L’aggiunta della desinenza “-ush” ad alcuni nomi ha valore diminutivo vezzeggiativo. “La nostra ‘Amitush” è anche quanto inciso sulla lapide posta sulla tomba, visibile verso la fine del vidoclip della canzone. Sulla lapide figura anche il simbolo del MDA e vengono sinteticamente riportate le circostanze dell’eroica fine della ragazza. In relazione all’opera prestata da ‘Amit, sino al suo ultimo momento, figura la citazione “Chi salva una vita è come salvasse un mondo intero” (Mishnà, Sanhedrìn 4:5). Queste parole sono la sintesi di un’argomentazione leggermente più lunga, riportata nella Mishnà (Sanhedrìn 4:5). È tra le frasi iconiche più conosciute della tradizione ebraica, utilizzata per esprimere il valore della vita e il concetto di unicità di ciascun essere umano. (13) In ebraico: Im ikrèh lehkà màsheu (se ti succedesse qualcosa). In italiano il dativo “ti” ha valenza sia maschile, sia femminile. In ebraico, invece, può avere la forma maschile (lekhà) o femminile (làkh). La pronuncia è diversa, ma la scrittura dei due termini è la stessa, in quanto i segni dell’alfabeto ebraico non contengono vocali. Il testo originale della poesia di Erez Shtark va evidentemente pronunciato al maschile -lekhà- ma la scrittura vale perfettamente anche per ‘Amit: làkh. Il segno grafico non fa distinzioni. Anche in questo caso due destini, uno maschile, l’altro femminile, si intrecciano e sovrappongono. (14) Letteralmente in ebraico Èin li tà’am LaChàim (Non avrei gusto -senso- per la vita). (15) Letteralmente in ebraico Mitzta’èr, bechayài (Mi dispiace, sulla vita mia). Bechayài  è una espressione di molto comune, usata colloquialmente per accentuare, enfatizzare o confermare altro contenuto presente nella frase. Una forma di “Te lo giuro… ti assicuro!”. Qui però l’espressione esprime un paradosso, come a a dire “Giuro sulla mia vita di rammaricarmi di non aver mantenuto la promessa. Giuro sulla mia vita che mi dispiace di esser morto”. (15) Il primo videoclip della canzone, del 2008. https://youtu.be/IKDWRWqPS3s?si=YXZ2XXblwj7WWUYW

  • Un'INQUIETANTE PROFEZIA: Haìm ned’à lehiwalèD... (Sapremo di nuovo rinascere?)

    Una canzone inquietante. In modo energico e pulito scandisce un testo complesso -pieno di allusioni e simbolismi- e chiede: “Sapremo di nuovo rinascere?”. AUTORI : Yànkale Ròtblit. Arrangiamento 2024: HaChatzèr HaAchorìt. STILE: Ansiogeno  |  Adrenalico (M). CATEGORIE: Rabbia o Confusione  |  Guardando Avanti  |  Shock / Lutto / Ansia  |  Remakes USCITA: 31/03/2024, giorno 176 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/3H7jk_QB3g4?si=Z7BiWJA22YP2D8ru LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/6icmYzENBRjRO5AKIP2kBz?si=f90868c4fce546d2 INTRODUZIONE ——————————— Risuona in Israele una canzone inquietante, nell'attuale periodo di maggior stress e pericolo. In modo energico e pulito scandisce un testo complesso, pieno di allusioni e simbolismi. Chiede: “Sapremo di nuovo rinascere?” IL CONTESTO ATTUALE: Israele 5785 (2024-25), un paese forte ma a un bivio . Una nazione che sa aggregarsi quando è minacciata da nemici esterni, contrastandoli con forza e ingegno, ma si disgrega e indebolisce quando sottovaluta la minaccia posta dalle proprie polarizzazioni interne. Polarizzazioni che, da diversi anni, non sono più il risultato di diversità ideologiche o religiose. Sono bensì l’estremizzazione di rabbie e rancori reciproci tra identità di gruppo diverse: “Sinistra”, “Destra”, “Religiosi”, “Laici”, “Ultraortodossi”, “Sionisti Religiosi”, “Arruolati”, “Militesenti”, “Elite”, “Negletti”, “Periferie”, “Centro”, “Sefardìm”, “Mizrachìm”, “Ashkenazìm”, “Dimostranti”, “Bibisti”… (1) L’abbondanza ironica di virgolette, sopra, ha un proprio significato: si tratta infatti di numerose “identità di gruppo” tra loro diverse -talvolta diametralmente opposte- e in tensione tra loro, soprattutto perchè, di fatto, inconsapevoli che quanto le unisce è maggiore di quanto le oppone una verso l'altra. Inconsapevoli in quanto concentrate a guardare diversità esistenti ma, volendolo, assolutamente conciliabili. Inconsapevoli, perchè rapite da un desiderio utopico di affermazione senza compromessi delle proprie posizioni. O ancora peggio: ancora inconsapevoli perchè fomentate a guardare solo alle reciproche diversità sotto una luce divisiva ed estremizzante . Questa luce, viene proiettata da una leadership troppo attaccata alla propria poltrona, viene amplificata dai riflettori di canali di comunicazione troppo attaccati al facile rating e, in seguito, si diffonde all’infinito attraverso i social. Un paese quindi che rischia di non capire l’importante lezione impartita dalla tragedia e dagli errori del 7/10, in quanto mentalmente bloccato a polarizzazioni del 6/10. Ancora incapace di decifrare le due frecce del cartello al bivio: Conciliazione o Baratro . LA CANZONE, IERI e OGGI: Haìm Ned’à LeHiwalèd Shuv MiChadàsh (Sapremo di nuovo rinascere?) è un brano che sembra scritto nei mesi successivi al 7/10, ma in realtà è nato vent’anni prima: Yànkale Ròtblit lo compone infatti nel 2004. Nel 2005 la canzone viene pubblicata all’interno del suo LP “Medinàt HaYehudim, vol. 2”, titolo che la dice lunga in termini di coinvolgimento socio-politico dell'autore: ricalca infatti quello del pamphlet-manifesto sionista Der Judenstaat, scritto da Theodor Herzl nel 1896.  Oggi il brano è riproposto dal gruppo HaChatzèr HaAchorìt (Il Cortile Dietro) con un nuovo arrangiamento. Nel 2004 Ròtblit è molto turbato dalle tensioni politiche accumulatesi, durante gli anni precedenti, in seno alla società israeliana : le speranze e i forti disaccordi intorno agli Accordi di Oslo (1993); l’assassinio di Rabin (1995); il crollo della speranza con la Seconda Intifada (2000); la decisione (2004) del completo ritiro unilaterale da Gaza e le fratture sociali e politiche che ne accompagneranno l’attuazione di lì a un anno. Ognuna di queste tappe rappresenta una lacerazione del tessuto interno che compone la società israeliana. Perciò Ròtblit, nel 2004, intravede un baratro . Non sa (ma forse intuisce) che la sua canzone diventerà di fatto un’inquietante profezia : descrive la situazione cui il paese arriverà -vent’anni dopo- sull’orlo del baratro stesso. Il testo è pieno di citazioni e allusioni; le principali sono decifrate nelle note che qui seguono alla traduzione. Una particolare categoria di metafore e semi-citazioni salta comunque maggiormente agli occhi nel brano: pur essendo Ròtblit un ebreo del tutto laico, egli ricorre a immagini associabili al Santuario di Gerusalemme , ai sacrifici in questo offerti, ai fedeli che lo avvicinavano. Tutto questo per trasmettere inquietudine, timore, confusione e solennità. Chiunque scriva una canzone ha a disposizione un’abbondanza di contesti di riferimento in grado di ispirare metafore, ma qui la scelta di riferimenti fatta da Ròtblit non è affatto casuale. L’autore si rifà infatti non ad un contesto -quello del Santuario- che per natura non solo può incutere inquietudine e timore sacrale, ma che soprattutto richiama inevitabilmente i traumi di due distruzioni e delle loro epocali conseguenze storiche sul popolo d’Israele.  (2) Il testo originale del 2004 non è cambiato nella versione 2024 , tuttavia, musicalmente, vi sono differenze significative tra i due arrangiamenti. Quello originale ha il carattere di una ballata rock, un po’ cupa, che non spicca in modo particolare tra tante canzoni della stessa categoria melodica. La sua forza è infatti tutta nel testo. L'arrangiamento 2024 , invece, colpisce molto di più: è decisamente più suggestivo e potente. Si nota infatti una forte tensione che esalta la drammaticità del testo attraverso lo stile dell’esecuzione . Le voci all'unisono, dei tre membri del gruppo musicale, assertive e precise, riverberano con un leggero eco. Divengono una sola voce che -nella sua meccanicità- sembra uscire da un sistema automatico d’allarme; o comunque sembra arrivare da lontano. Forse arriva da un deserto. O dall’alto. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Yànkale Ròtblit e il gruppo HaChatzèr HaAchorìt: Yànkale (vezz. del nome Ya’akòv) Ròtblit è nato a Haifa nel 1945. Abuon diritto è nel Pantheon israeliano degli autori di canzoni più affermati e i suoi brani sono identificati con i maggiori cantanti israeliani. Per una lista completa delle sue canzoni, ciascuna con link all’esecuzione più conosciuta, si veda la pagina Col HaShirim (Tutte le Canzoni) nel sito di Ròtblit stesso (ebraico). Nel 2011 Ròtblit inizia a lavorare sul progetto Hachatzèr HaAchorìt (Il cortile dietro), un gruppo che lo vede accanto a tre musicisti molto più giovani, che potrebbero essergli figli: Tòmer Yosèf, Itamàr Zìgler e Gàdi Ronèn. Il loro primo disco, è del 2013 e, per mantenere una propria indipendenza artistica dalle case discografiche, viene finanziato attraverso un crowdfunding. Ha come titolo il nome stesso del gruppo, ed è composto di 14 brani, tutti scritti da Ròtblit. A questo ne segue un altro, nel 2017. Nel periodo immediatamente precedente il fatidico 7/10, Yànkale e il gruppo stavano completando un terzo disco. Come nel caso di numerosi altri autori, l’evento li blocca lasciandoli muti: non c'è nulla che sembri più rilevante dopo il terremoto di quel giorno. Dopo pochi mesi, tuttavia, rimandata la pubblicazione del disco, si concentrano sulla riedizione di Haìm Ned’à LeHiwalèd Shuv MiChadàsh, alla luce della drammatica attualità del brano-profezia. Uno dei membri del gruppo, Tòmer Yosèf, è del Kibbùtz Zeèlim, uno dei centri della zona colpita dall’attacco del 7/10. Quel fatidico giorno il kibbùtz viene relativamente risparmiato dal gruppo di terroristi di Hamàs che attacca quella specifica zona, in quanto "troppo occupati" nella carneficina da loro perpetrata contro una prede più inerme: i giovani partecipanti al Rave Party Nova, che si teneva a poca distanza da Zeèlim. Tòmer racconta a Itamàr Zìgler, chitarrista del gruppo, la propria esperienza del 7/10 in un breve servizio (in ebraico), che presenta inoltre un’esecuzione del brano -meno formale, ma non meno precisa- (3) registrata dai tre nella mensa vuota del kibbutz. Traduzione, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Dall’infrangersi dei sogni e dal trauma delle perdite Da tutte le lacerazioni dei diversi mondi (4) (adesso) è tuo il sacrificio Dall’amarezza dell’aver aperto gli occhi sgorgherà uno sfogo? Dato che la dolcezza del frutto della vittoria ha maturato semi di distruzione. Ancora un momento e tutto andrà perso se volete come (fosse stata) una favola (5) La lezione che imparò Isacco nel giorno in cui stava per esser sacrificato (6) Tutto è ormai sul piatto della bilancia gli abissi son lì aperti ed eccoci arrivati alla soglia Guerra fratricida o riconciliazione (7) Mi sembra di aver sentito chiamare il mio nome ma non son sicuro chi ha chiamato Mi ha chiamato e io arriverò Di fronte a chi sto qui in piedi? (8) Il corpo trema sono il testimone arrivato scalzo come un sopravvissuto solo dal Santuario  (9) Ma sapremo di nuovo rinascere? Da cosa dovrai guardarti -e ne hai la facoltà- tra tutto ciò che ancora abbiam davanti sulle diverse mappe tra i suoni ritmati di corno (10) e i clamori (10) e il sangue delle cerimonie sacrificali? (11)  Perchè se l’odio gratuito (12) aumenterà dopo di esso rimarrano solo disgrazie. Mi sembra... (etc.) È triste e amaro il giorno in cui tremerà il cuore di ciascun uomo e non importa chi è a favore e chi è contro Domani e fra molti anni quella discussione diverrà incandescente Ma ecco il giorno in cui abbasserò il mio sguardo.    (13) Mi sembra... (etc.) - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - NOTE e COMMENTI: (1)  Sarebbe possibile enumerare altri "gruppi identitari"; è però più interessante notare come, nella mappa delle varie tensioni interne alla società israeliana, sono scomparse da alcune decine di anni due categorie che in realtà sarebbero tra loro antitetiche: ‘Olìm Chadashìm e Vatikìm, ovvero Nuovi Immigrati e Residenti da Più Generazioni. (2)  Secondo la tradizione biblica, il Primo Santuario di Gerusalemme viene costruito da Re Salomone nella seconda metà del Sec. 9 Ante l’Era Volgare. Viene in seguito distrutto dai Babilonesi, sotto Nabucodonosòr, nel 586 Ante l’Era Volgare, evento che porta alla deportazione degli ebrei da Sion a Babilonia. Il Secondo Santuario viene costruito circa settant’anni dopo, sulle rovine del precedente, da ebrei ritornati dalla cattività in Babilonia. Verrà poi distrutto nel 70 E.V. dai Romani, data che segna l’inizio dell’attuale maggiore Diaspora degli Ebrei nel mondo. Le due distruzioni e rispettive deportazioni sono considerate i maggiori traumi con impatto globale sulla storia del popolo Ebraico, accanto, in seguito, alla Shoah nel XX Sec. Nel Progetto 710 si veda su questo argomento anche l’articolo riguardante il brano Qinnàt Beeri (l’Elegia di Beeri) . (3)  Registrazione del gruppo HaChatzèr HaAchorìt nell’ambito del Progetto Indie City , Ottobre 2024. Al tempo 01:05 un’esecuzione del brano; meno formale, ma non meno precisa. (4)  In ebraico ‘Olamòt . Letteralmente “Mondi”, che è il primo e più diffuso significato del termine. Va però notato che il termine ‘Olamòt rappresenta anche un concetto nell’ambito della Kabbalah. https://it.wikipedia.org/wiki/Cinque_mondi È plausibile che la scelta di questo termine, compiuta da Ròtblit, abbia un fine evocativo. (5)  Evidente riferimento alla più celebre frase di Theodor Herzl , ispiratore del Sionismo, quindi di quel ritorno attivo in Terra d’Israele da parte di gruppi di ebrei iniziato nel XIX sec. che in seguito porterà alla nascita dello Stato d’Israele: Wenn ihr wollt, ist es kein Märchen ( Se lo volete non sarà una favola ). (6)  V. nella Bibbia l’episodio del Sacrificio d’Isacco; Genesi cap. 22. (7)  In lingua originale questo verso propone un gioco di parole evocativo ma efficace solo in ebraico . In ebraico, infatti, questi due ultimi versi recitano: Hinè higànu el HaSàf / Milchèmet o Achìm (alla lettera: Ecco siamo arrivati sulla soglia / Guerra o Fratelli), ove la parola Milchamàh (Guerra) è declinata al suo costrutto genitivo, Milchèmet, ovvero “Guerra di…”. Il termine Milchèmet Achìm (letteralmente “Guerra di Fratelli”) significa in ebraico “Guerra Civile” . Tuttavia tra le due parole Milchèmet e Achìm Rotblit inserisce la particella disgiuntiva “o” (è la stessa particella sia in ebraico, sia in italiano). Il risultato (traduzione letterale ma senza senso) suonerebbe quindi “Guerra di o fratelli”. È stata perciò preferita una traduzione più libera, ma che rende lo spirito e le intenzioni del verso. (8)  In ebraico Lifnè mi anì ‘omèd (Di fronte a chi stai in piedi, ti trovi?). Questa frase ricorda esplicitamente la frase “ D’a lifnè mi atàh ‘omèd ” (Sappi di fronte a chi ti trovi). Questa appare in molte sinagoghe, sopra l’Aharòn HaKòdesh, l’Arca Santa che custodisce i rotoli della Toràh e, ovviamente, vuole suscitare rispetto e riflessione in chi si avvicina ai Sacri Rotoli, l’oggetto fisico pìu sacro della tradizione ebraica. Nella sua struttura e significati la frase ha radice nei c.d Pirqè Avòt (Massime dei Padri) uno dei trattati della Mishnà (trascrizione della c.d. Legge Orale, compilata nel Sec. II-III dell’Era Volgare.). (9)  In ebraico il Santuario di Gerusalemme viene chiamato Beit HaMikdàsh (Casa del Santuario). Il verso recita solo HaMikdàsh (il Santuario, ove l’articolo determinativo “il” vuole chiaramente indicare il Santuario per Eccellenza, ovvero, nel contesto, quello di Gerusalemme). v. anche l’introduzione al brano. (10)  In ebraico Bein HaShvarìm veHaTru’òt. La traduzione del verso ne rende correttamente il senso, ma in ebraico i termini Shvarìm (suoni ritmati di corno) e Tru’òt (clamori) hanno una capacità evocativa maggiore: 10a)  Entrambi sono termini usati anche per indicare due dei quatro tipi di suono emessì dallo Shofàr , il suggestivo corno di montone che viene suonato nel periodo di Rosh Hashanà, il Capodanno Ebraico. Questo periodo è particolarmente solenne e caratterizzato dal dovere di compiere una riflessione, esame di coscienza, correzione e assunzione di responsabilità, in vista dell’anno che inizia. Esempio del suono dello Shofàr : Rav Alberto Funaro, Sinagoga Centrale di Roma. Shofàr di tipo italiano (suono più basso e profondo, rispetto ad altri tipi più diffusi). 10b)  Il termine Shvarìm significa anche frammenti. Un termine quindi con un significato simbolico coerente con altri termini simbolici presenti nella canzone, quali “infrangersi" e “lacerazioni”. (11)  In ebraico Nesakhim : il termine indica offerte sacrificali basate su prodotti agricoli vegetali; l’autore però ne estende il significato accostando al termine il sangue, elemento tipico dell’offerta sacrificale di determinati animali (Zevachìm). In un certo senso è sottinteso un ulteriore significato : l’offerta non cruenta ha comunque portato ad un sacrificio che ha sparso sangue. Questo eventuale significato diviene più plausibile nel contesto politico ed emozionale del 2004: è infatti forse ravvedibile una metafora dell’eventuale rapporto tra tentativi di accordo (Oslo) e eventi sanguinosi successivi, in primis la c.d. Seconda Intifada. (12)  In ebraico Sinàt chinàm (odio gratutito) . Secondo la tradizione culturale ebraica, il principale fattore che portò alla traumatica distruzione dei due Santuari, con relative conseguenze, fu proprio la sinàt chinàm, l’odio gratuito e reciproco all’interno della società ebraica. (13)  Un elemento particolarmente significativo emerge nel brano a partire dal primo ritornello: assistiamo ad un passaggio dal collettivo al personale , dal destino comune alla responsabilità del singolo nei confronti di quel destino stesso, per poi ritornare al destino comune. Le prime due strofe descrivono una situazione che investe e minaccia tutti. Con l’arrivo del ritornello, tuttavia, il baricentro si sposta verso il personale: Mi sembra di aver sentito chiamare il mio nome (…) Mi ha chiamato e io arriverò (…) . Oppure, nella terza strofa: Da cosa dovrai guardarti -e ne hai la facoltà- tra tutto ciò che ancora abbiam davanti (…). L’assunzione di responsabilità personale, anche in relazione al comportamento dell’intera società, è un idea centrale nell’Ebraismo. Si veda quanto accennato nella precedente nota 10a, ma -ancor più- quanto esposto in un altro brano del Progetto 710, nella la canzone Porchìm LeShuvàm , in merito al concetto di Teshuvàh (esame di coscienza e correzione operativa). Anche in questo caso quindi, come in numerosi esempi esposti in questo articolo, Rotblit seppur “laico”, si riallaccia in modo molto significativo quella parte della cultura ebraica caratterizzata da basi e comportamenti e modalità che (un po' superficialmente nel caso dell’Ebraismo) vengono comunemente definiti “religiosi”.

  • ACHARÈI HAMABÙL (Dopo il Diluvio)

    Una risposta a una disperata necessità di rassicurazioni e richiesta di punti fermi, emersa con il trauma del 7/10 e con la guerra. La risposta arriva attraverso un ritmato cocktail di messaggi di tono biblico. AUTORI: Maor Titon e El’ad Treblisi. Canta Itài Levy STILE:  Adrenalinico (L)  |  Lo Stadio va alla Guerra  | CATEGORIE: Patriottismo o Propaganda  |  Neofede e Saccarina  |  Guardando Avanti | USCITA: 27/11/2023, giorno 51 di guerra e prigionia degli ostaggi. LINK al brano: https://youtu.be/Me8u2Ocp44k?si=EdUkp-xRDf9irIPp LINK su Spotify: https://open.spotify.com/track/5CtE8IbOdkPBn78YeB2ueS?si=c8eb923e2c654de2 INTRODUZIONE: ———————————— Un brano che utilizza il ritornello di una vecchia e popolare canzone, attualizzandola -per il pubblico cui è destinata- con una formula di sicuro successo: una botta al cerchio emozionale della fede, l’altra alla botte dei comprensibili sentimenti di amor patrio rinnovatisi con il 7/10. In modo orecchiabile ed energizzante, Acharei Hamabùl (Dopo il Diluvio) propone una risposta a una disperata necessità di rassicurazioni e richiesta di punti fermi. Questa necessità -emersa con il trauma del 7/10 e con la guerra- è generata dall’angoscia e dalla rabbia, cui si unisce il desiderio di motivi di speranza e capacità di sopravvivenza. La canzone propone tale risposta attraverso un ritmato cocktail di messaggi di tono biblico indirizzati ad un misto di settori del pubblico israeliano: quello oriental-moderno, il semi-laico (ma legato a proprio modo alle tradizioni) e il nazional-religioso. A tutti questi settori -ma, volendo, a chiunque altro- il cantante propone motivi quali: fede, speranza, accettazione di una necessità di lottare per sopravvivere -attuale ma con radici antiche- cui si unisce un esplicito messaggio unificante: “siamo tutti nella stessa barca”. Quest’ultimo ammicca ad una necessaria unità del Popolo d’Israele -sempre auspicata ma sempre fragile- che in genere emerge purtroppo solo in momenti di gravi minacce esterne. Il presente brano, si basa su un veloce recitativo melodico, intercalato dalla rivisitazione di un ritornello estratto da un brano uscito nel 1971 per opera del compositore Aviahu Medina: “’Al tiràh Israel, al tiràh” (Non temere Israel, non temere). Medina, popolare compositore del genere di stile orientale, pubblicò allora una canzone basata su un tema di ispirazione biblica: “Ya’akòv hatamim” (Il candido Giacobbe). Il ritornello della stessa (‘Al tiràh…) incontrò il gusto del pubblico generale -e in particolare di quello nazional-religioso- divenendo quasi canzone a se stante. Questo sia in virtù della sua orecchiabilità, sia grazie a un testo che evoca linguaggi e contenuti biblici: “ Non temere Israel, non temere! Non sei forse un cucciolo di leone? E se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? “. [ Nell’ultima nota, in calce alla traduzione del testo, dettagliate informazioni riguardanti la canzone originale di Avihau Medina, le sue connotazioni e le diverse fonti bibliche cui fa riferimento]. ITÀI LEVY (1988 - ) è cresciuto a Sha’araym -sobborgo della cittadina di Rechovot, a maggioranza di origine yemenita- dove ha attraversato un’infanzia complessa e -in termini famigliari- segnata da sventure. Inizia ad affermarsi nel 2013 nel genere musicale oriental-melenso, per poi estendersi -negli anni con notevole successo- al pop romantico, con strizzatine d’occhio al techno. TRADUZIONE, NOTE e COMMENTI: ———————————————— Chi mi sente, alzi la mano! Chi potrà sconfiggermi se siam tutti insieme? Vabbè (1) è (tutta una storia di) azzurro e bianco è (questione di) alzarsi e cadere Rabbi Nàchman (2) diceva “la fede è tutto” E se in questo (3) non v’è verità ci sarà da diventar matti (4) Di generazione in generazione tentano di distruggerci (e) non c’era nessuna (altra) scelta (5). Amore Pace Speranza Sogno Preghiera Lacrime Dolore faccio fatica a vedere. Perchè siam tutti sulla stessa barca (e) anche se ci prendiamo uno schiaffo sul mare canterem (6) senza timore perchè se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2. La seconda volta: scandito]. [Ritornello, ricalcando la canzone di Aviahu Medina, 1971]: (10) Non temere Israele, non temere Non sei forse un cucciolo di leone? E se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2.] Non temere Israele, non temere perchè siam tutti nella stessa barca E se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2.] Ok (1) Dopo il diluvio (7) Rialzeremo la testa per i bambini del fronte Autunno ’23 (8.) Arriveranno altri tempi il fumo si disperderà Lo san già tutti Il Messia è già qua. (9) Amore Pace Speranza Sogno Preghiera Lacrime Dolore faccio fatica a vedere Perchè siam tutti sulla stessa barca (e) anche se ci prendiamo uno schiaffo sul mare canterem senza timore (6) perchè se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2. La seconda volta: scandito]. [Ritornello, ricalcando la canzone di Aviahu Medina, 1971]: (10) Non temere Israele, non temere Non sei forse un cucciolo di leone? E se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2.] Non temere Israele, non temere perchè siam tutti nella stessa barca E se un leone inizierà a ruggire chi non si metterà a tremare? [x2.] ———————————————— NOTE e COMMENTI: (1) In ebraico “Tov” (buono), qui però usato non come aggettivo, bensì in forma di incipit colloquiale; tipo: “OK… allora…”. (2) Rabbi Nachman di Breslaw (1772 - 1810), da cui la omonima corrente chassidica che ne prosegue i messaggi e insegnamenti. Rabbi Nàchman , visse nelle aree che oggi sono Ucraina. Gli insegnamenti di Rabbi Nachman mettono, al centro dell’esperienza ebraica, gioia, fede, ottimismo e anche un certo candore. [Nel Progetto 710, v. anche il brano Ein Nechamà, di ElyatTzùr ]. (3) In ebraico “Im ein po” (se non vi è qui) quindi non è letteralmente “se in questo”. (4) In ebraico, letteralmente, “Az tiyèh meshug’a” (allora sarai pazzo). Quindi non con un senso univoco (così come altri punti della canzone, che propone mezze frasi, qua e la, evidentemente per provocare associazioni di idee) ma ragionevolmente nel senso suggerito dalla traduzione. (5) In ebraico “Lo aytàh shum breirà”. Anche qui non è chiaro e univoco a cosa si riferisca il testo. È possibile tuttavia che si riferisca alla guerra stessa. Infatti, in Israele, le guerre vengono informalmente divise in due categorie: “Milchèmet eyn breirà” (Guerra “non c’è scelta”; inevitabile, azione difensiva) rispetto a “Milchèmet yesh breirà” (Guerra “c’è scelta”; di iniziativa, talvolta a scopo preventivo). (6) Riferimento alla “Shiràt HaYam” (la c.d. “Cantica del Mare”), ode innalzata dai Figli d’Israele dopo aver attraversato miracolosamente il Mar Rosso, nel corso dell’altrettanto miracolosa uscita dalla schiavitù in Egitto. (Esodo 15; 1-19). (7) La parabola del “Diluvio” (con seguente “Dopo il Diluvio”) è presente in numerose culture. Il “Dopo Diluvio” è metafora di rinascita seguente ad una catastrofe che, attraverso una distruzione totale, arriva a riazzerare una situazione negativa altrimenti incorreggibile. Nel libro della Genesi, inoltre, dopo il Diluvio appare l’arcobaleno, simbolo di ottimismo. Si tratta di un ottimismo fondato: infatti -sempre nella narrazione biblica- il Signore dichiara che l’arcobaleno sarà segno di un patto tra tutti gli esseri viventi e D-o stesso, in cui l’Onnipotente si impegna a non provocare più, in futuro, nessun ulteriore diluvio sterminatore (Genesi 9; 12-17) Secondo l’approccio un po’ populista della canzone -caratterizzato da figure metafisiche e da argomentazioni fideistiche di facile consumo- è plausibile considerare la catastrofe del 7/10 come una forma di Diluvio correttore. Adottando questa probabile prospettiva, sarebbero gli anni di decadenza -e soprattutto di fratture all’interno d’Israele- a corrispondere al periodo corrotto che conduce al Diluvio. È da qui che bisogna ora ripartire -fiduciosi e tutti insieme- dato che “siamo tutti nella stessa barca”, come ribadisce la canzone. Il messaggio è chiaro. L’argomentazione rimane tuttavia piuttosto superficiale, non proponendo nulla di nuovo rispetto all’agitato periodo precedente il Diluvio, a parte un’esortazione al coraggio. Questa è ricca di saccarinica fede e forte di orgoglio felino, ma povera di programmaticità e assunzioni di responsabilità. Esattamente come -prima e dopo il 7/10- la leadership politica israeliana cui fa in genere riferimento proprio quella fetta di pubblico identificabile con questa tipologia di canzone. Parlando di Diluvio, va comunque anche ricordato che il nome assegnato da Hamàs all’attacco-strage del 7/10 è “Diluvio El-Aktzà”. Questo evidentemente in onore all’omonima moschea di Gerusalemme, assunta a simbolo di tutto il territorio da liberare e redimere, secondo l’ottica dell’organizzazione terroristica. (8) Gioco di parole che si riferisce ad una canzone iconica che ricorda un’altra guerra  -quella del Kippur, 1973- evocandone l’angoscioso contesto e le delusioni della generazione nata dopo quella guerra . La canzone è “Yeldei HaChoref ’73” (I bambini dell’inverno ’73) uscita nel 1994. [Link ad una delle numerose esecuzioni nei commenti di FB in calce]. La conosciuta espressione “Yeldei HaChoref ’73” viene qui sostituita con le parole, assonanti, “HaYeladìm shel ‘oref stav ’23” (I bambini del fronte autunno ’23”). Il brano del 1994 intendeva esprimere l’amarezza e la delusione di una generazione -appunto nata subito dopo la Guerra del Kippur- costretta vent’anni dopo ad arruolarsi e quindi a misurarsi con un perenne stato di guerra, nonostante le intenzioni e gli sforzi profusi per anni dalle generazioni precedenti nel tentativo -genuino o meno- di raggiungere la pace. La canzone è ancora oggi molto popolare e l’espressione “Bambini dell’inverno ’73” è in pratica divenuto concetto e simbolo, sia in riferimento alla Guerra del Kippùr, sia nel discorso pubblico riguardante il perenne stato di conflitto in cui Israele si trova dalla sua fondazione. I tragici eventi del 7/10 -e la successiva guerra- sono stati inevitabilmente paragonati a quelli della Guerra del Kippùr. In effetti non mancano elementi simili tra le due guerre, scoppiate -a distanza esattamente di mezzo secolo- nello stesso mese e nello stesso periodo di solennità religiose. Gli elementi in comune più scottanti e frustranti si ritrovano sicuramente nello shock provocato dall’aggressione a sorpresa, subita da Israele in entrambi i casi. Non meno, tuttavia, anche nell’immediata consapevolezza che questa sorpresa corrisponde a un enorme fiasco in termini di intelligence e di sottovalutazione del nemico. In entrambi casi il fiasco subito ha indicato in modo incontestabile la debolezza e l’arrogante cecità di assunti strategici e tattici -così come delle priorità- delle leadership in carica, sia al momento dell’attacco subito, sia negli anni a questo precedenti. Nel caso del 7/10/2023, tuttavia, il fiasco è molto più grave, la arrogante cecità si è dimostrata ben maggiore e -di conseguenza- anche la rabbia che suscita. Questo non solo perchè il caso 2023 -rispetto al 1973- ha conseguenze ben più gravi in termini economici, di perdita di vite umane e di impatto sulla società; bensì soprattutto per la maggiore stoltezza, irresponsabilità e arroganza dimostrate dai governanti. Infatti, se nel 1973 non vi erano precedenti fiaschi di riferimento da cui imparare, non è questo certo il caso nel 2023, dove -come minimo- il 1973 stesso doveva servire da lezione e ammonimento. Ma la lezione non è stata studiata e l’ammonimento è stato irresponsabilmente trascurato. (9) Affermazione piuttosto insolita, azzardata, nel contesto religioso-culturale della canzone. In questo contesto, infatti, è più abituale ripetere -come espressione di fede- versi tipo “Io credo nella venuta del Messia e -anche se si fa attendere- comunque vi credo”, evitando affermazioni troppo certe riguardanti avventi a breve termine, per non parlar poi di quelli che vi è chi sostiene siano già avvenuti… È vero, la tradizione indica che un periodo di profondi dolori e sventure precederà l’arrivo del Messia (comunque da leggere più come una concettuale “Era Messianica” di armonia, che come la figura di un singolo con capacità e tratti particolari) tuttavia, come detto, la sicurezza affermativa del verso sembra piuttosto inusuale nel proprio contesto. A meno che -come nel caso degli eventi legati al 7/10- vi siano problemi con la raccolta e analisi di informazioni da parte dell’Intelligence israeliano? (10) LA CANZONE ORIGINALE di AVIAHU MEDINA. Nei commenti FB, link ad un’esecuzione della stessa ….]. Aviahu Medina (1948 - ) è un compositore israeliano di grande successo, che ha contribuito in modo centrale all’inserimento della musica di matrice mediterranea e sefardita nel mainstream musicale israeliano. Prolifico autore di brani, sia eseguiti personalmente, sia scritti per altri cantanti, nel 2022 è stato insignito per la sua carriera in ambito musicale. dell’Israel Prize, massimo riconoscimento ufficiale dello Stato. Nel 1970 Medina scrive la sua prima canzone: “Ya’akòv HaTamim” (Il candido Ya’akòv, Giacobbe). Questa esce nel 1971 e ottiene subito un enorme successo. Il testo della canzone narra del patriarca Giacobbe in episodi individuabili nella Bibbia a partire dal Cap. 28 della Genesi. In particolare Medina si sofferma sulla storia d’amore tra Giacobbe e Rachele, figlia di Labano. Quest’ultimo inganna il risoluto ma giovane Giacobbe (da cui il candore attribuitogli nella canzone) nel corso delle dinamiche cui Ya’akòv deve sottostare per ottenere in moglie l’amata Rachel (Genesi 28; 13-31). Nell’ultima strofa della canzone, tuttavia, Medina ricorda successivi sviluppi della vita del patriarca, che ridefiniranno la figura di Giacobbe portandolo da candido e ingenuo a eroe vincente, che -tra le altre- combatte in nome di D-o. È essenziale ricordare che al nome Ya’akòv il Signore impone al patriarca anche il nome “Israel” (v. Genesi 32; 29 e Genesi 35; 10). L’imposizione di questo nuovo, doppio, nome coincide anche con una ridefinizione, da parte Divina, della stessa stirpe di Ya’akòv: questa -dichiara il Signore- diverrà una nazione prolifica (v. Genesi 35:11-12) cui verrà confermata la terra precedentemente già promessa dal Signore ai precedenti avi Abramo e Isacco e alla loro discendenza (Genesi 12; 7, 19; 18-21 e Genesi 26;1-5). Il termine “Israel” diviene quindi sia un ulteriore nome di Ya’akòv, sia nome collettivo di un’intera nazione. Giocando su questa sovrapposizione onomastica, Medina puntua le strofe della canzone con un ritornello che intende trasmettere messaggi di forza, fiducia e incoraggiamento. I versi del ritornello definiscono Israel “cucciolo di leone”: “ Non temere Israel, non temere | Non sei forse un cucciolo di leone? |  E se un leone inizierà a ruggire | chi non si metterà a tremare? “. In virtù della sua orecchiabilità e del contenuto, il ritornello è divenuto popolare quasi come una canzone a se, slegata dalla canzone principale. Le parole e la struttura del ritornello hanno caratteri tipicamente biblici: non per caso, se interrogato circa l’origine del ritornello, gran parte del pubblico israeliano risponderà che il testo è estratto dalla Bibbia. In realtà però questi presunti versi biblici esistono nella loro struttura solo nella canzone di Medina. Il compositore ha infatti creato un sapiente cocktail di motivi e termini attinti dalla Bibbia, dando così all’ascoltatore una sensazione di déjà vu che in efetti richiama l’autorevole Libro Eterno. L’espressione “Non temere”, declinata in ebraico come nel ritornello (Al tiràh), figura in numerosi versi nella Bibbia; a partire dalla Torah (il Pentateuco) sino a diversi libri degli Agiografi, passando attraverso vari libri dei Profeti, per un totale di ben 49 presenze. L’uso del cucciolo di leone come metafora ha invece origine nel messaggio con cui Ya’akòv, prima di morire, si separa dai suoi dodici figli, ciascuno progenitore delle rispettive dodici tribù che diverrano in seguito il Popolo d’Israele. In quella solenne circostanza, Ya’akòv da un flash descrittivo, talvolta una predizione, riguardante ognuno dei figli. Del figlio Giuda, il patriarca morente dice tra l’altro: “Tu Giuda sei un cucciolo di leone (…) coricato come un leone chi oserebbe farlo alzare?” (Genesi 49; 9). Troviamo quindi nel verso il paragone con il regale felino, accostata inoltre a una domanda retorica. Aviahu Medina, tuttavia, non si accontenta e sviluppa il motivo del timore che il leone può incutere. Fa questo inserendo una domanda retorica basata su un verso del Profeta Amòs: “(quando) Il leone emette il suo ruggito, chi non avrà paura? (…)” (Amos 3; 8.). Il profeta in realtà si riferiva al Signore Onnipotente…  tuttavia la giustapposizione tra la precedente metafora del leone e l’esortazione rivolta a Ya’akov-Israel -cui segue la domanda retorica “chi non avrà paura?”- genera una nuova chiave di lettura integrata, in cui Israel è percepibile come nazione potente e -soprattutto- temibile. Il motivo del leone simbolo di potenza e autorevolezza ricorre in numerose culture. Senza stare a scomodare vari leoni o semileoni -dalla Sfinge egizia alla Chimera etrusca, dai diversi stemmi del Regno Unito sino al Disneyano Re Leone- ma attenendosi invece solo in ambito ebraico e biblico, il leone -come ricordato prima- è prima di tutto associato a Yehudàh, Giuda figlio di Giacobbe, simbolo della sua tribù e, in seguito, del Regno di Giuda (796 - 422 circa, avanti l’Era Volgare) area collocata nella zona centrale della Terra d’Israele storica. Per questo motivo il leone appare come simbolo anche nello stemma di Gerusalemme e, nell’ambito dell’Esercito Israeliano, in quello del Comando della Zona Centrale. Da questa radice derivano altri specifici simboli ispirati all’origine biblica. Tra questi, nella tradizione cristiana, il simbolo dell’Evangelista Marco, ma anche il Leone di Giuda che rappresenta gli Imperatori Etiopi. Questi, secondo la tradizione etiope, sarebbero infatti discendenti del rapporto tra il biblico Re Salomone e la Regina di Sabah, che venne a fargli visita dalle Terre d’Etiopia. Quest’ultimo riferimento storico-culturale, è elemento significativo all’interno anche della cultura e tradizione Rastafari. Questa -nonostante sia appannaggio di popolazioni giamaicane di origine africana- contiene numerosi riferimenti a temi di carattere biblico ed ebraico. Nel Progetto 710 ci interessa ricordare la tradizione Rasta perchè ha anch’essa è identificata con uno specifico genere musicale: il Reggae. I testi che accompagnano le canzoni che rientrano in questo ritmato e rilassante genere musicale, infatti, propongono di frequente riferimenti biblici, soprattutto derivati dai Salmi. Non è quindi un caso che Bob Marley z”l, il musicista Reggae più noto in occidente, proponga testi che parlano di un Exodus, oppure delle rive dei fiumi in Babilonia (*). Restando nell’ambito di riferimento della canzone di Aviahu Medina Marley compone e canta canzoni in cui di nuovo incontriamo il leone biblico come simbolo di forza e indipendenza; brani quali “Lion of Judah” o anche “Iron Lion Zion”, dove il treccinuto Bob proclama ritmicamente “sarò (forte come) il ferro, come un leone di Sion” (Iron Lion Zion, 1973). (*) Nel Progetto 710 si veda anche la canzone Ani Rotzà Leitchtèn BaMilchamà (Voglio sposarmi durante la guerra) e le note che ne accompagnano la traduzione.

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